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  • Pig Iron: ringraziamenti di Padre Dario

    Pig Iron: ringraziamenti di Padre Dario

    Cari amici italiani,

    un forte abbraccio dal Brasile.

    Vi scrivo dal nord di questo immenso paese, in una regione pre-amazzonica (Maranhão e Pará) che in questi ultimi mesi sta soffrendo ancor più gli effetti di una violenza che lo Stato non riesce a controllare e che – in parte – finisce pure per favorire.

    Gli impatti del modello estrattivo-minerario, i disastri provocati dagli scarti dell’estrazione, i danni degli enormi progetti idroelettrici nel cuore della foresta che inondano territori indigeni e distruggono fette sempre maggiori del polmone verde del Pianeta, il disboscamento clandestino che miete vittime tra i sindacalisti ed i difensori ambientali locali: questo scenario purtroppo avanza, nella nostra regione.

    D’altra parte, l’impegno di tante comunità e persone appassionate non manca. Riunite in rete, si impegnano a più livelli: la rete Justiça nos Trilhos difende questi territori di Pará e Maranhão, la Red Eclesial Panamazónica riunisce le comunità cristiane dei nove paesi che si affacciano sulla foresta più grande del mondo, la rete Iglesias y Minería lavora in America Latina cercando di proteggere le comunità vittime delle imprese minerarie.

    Parte di queste storie le conoscete già grazie al libro fotografico Pig Iron di Giulio Di Meo, che sta circolando in Italia con le immagini della nostra gente, le loro lotte, sofferenze e sogni. In questi anni, parte delle vendite del libro hanno permesso di raccogliere 4.000 euro, che Giulio ha inviato a noi, in Brasile, per sostenere le iniziative della nostra gente.

    Non immaginate quanto sia importante, per noi, la solidarietà internazionale, il desiderio di comprendere cosa succede in queste regioni in cui l’Amazonia ed i suoi popoli continuano ad essere attaccati da grandi progetti che arricchiscono pochi gruppi.

    Vi raccomandiamo, specialmente, di seguire da vicino il caso di Piquiá de Baixo.

    Grazie alla vostra solidarietà, abbiamo finanziato un lavoro intenso e di estrema qualità: il teatro popolare come forma di educazione e resistenza. In questo trailer potete intuire quanto l’arte (fotografia e teatro) possa promuovere la dignità dei piccoli.

    Lo spettacolo teatrale “Buraco – Um panfleto profundo” è un’ironia sagace e creativa che denuncia gli impatti ambientali del modello minerario della nostra regione, ma valorizza la capacità di resistenza e speranza della gente.
    In questi ultimi due anni è circolato in molte comunità locali ed è stato presentato anche al Seminário Carajás 30 anos (nella capitale São Luís) e alla XII Romaria da Terra e das Águas do Maranhão, con la presenza di circa diecimila pellegrini e leader comunitari!

    Ora stiamo lavorando ad un nuovo progetto: stiamo appoggiando il lavoro artistico di un gruppo di giovani che hanno scelto di unire la cultura, la festa e la denuncia dell’ingiustizia ambientale. 

    La quadrilha junina é come se fosse il carnevale nella cultura nordestina del Brasile. Una festa folkloristica, antica, molto sentita, che riunisce tutti e che si sta sviluppando con creatività ed estrema bellezza. Ogni anno decine e decine di giovani si riuniscono in ‘scuole’ che competono per preparare la miglior quadrilha. Iniziano ad agosto, preparando il tema, il racconto, le coreografie e la scenografia che saranno presentati l’anno seguente, in giugno.

    E così queste scuole diventano anche un centro di aggregazione giovanile, un luogo per stringere nuove amicizie, per integrare giovani che altrimenti – in molti casi – starebbero sulla strada. Il tema della prossima quadrilha junina di una delle scuole della nostra città di Açailândia sarà la denuncia del dramma sofferto dalla comunità di Piquiá de Baixo, vittima dell’impatto del ciclo minerario-siderurgico, sfrenato e senza nessun “filtro etico e ambientale”. Ma anche l’annuncio della speranza e della resistenza di questa comunità.

    Non ditelo a nessuno, però, perché qui é ancora un segreto, la competizione tra le scuole é molto alta e la notizia non può trapelare!

    Noi missionari ci siamo impegnati con questi giovani (in tutto sono 60 coppie) ad appoggiare in parte le spese che devono sostenere per questo spettacolo. 

    Siamo molto curiosi ed animati, per la bellezza di questa iniziativa, che unisce l’impegno sociale alla capacità brasileira di fare festa.

    Vi anticipiamo che gli ultimi 1000 euro, donati grazie al libro Pig Ironsaranno destinati a questa attività. 

    Continuiamo a camminare insieme!

    pe. Dario – missionario comboniano 

     

  • Buraco. Um panfleto profundo

    Buraco. Um panfleto profundo

    Grazie alle vendite del libro Pig Iron sono stati donati 5.000 euro alla rete Justiça nos Trilhos.

    4.000 euro sono stati utilizzati per sostenere lo spettacolo teatrale Buraco. Um panfleto profundo portato avanti dalla compagnia “Juventudes pela Paz”.

    Questo spettacolo è stato portato in scena in moltissime comunità negli stati del Maranhão, del Parà e del Minas Gerais, in occasione del quale sono state realizzate anche riunioni pubbliche e dibattiti, interviste e denunce, interscambio di gruppi e movimenti sociali.

    Lo spettacolo è una riflessione sull’esplorazione minerale, di come possa incidere sull’ambiente e sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici delle comunità che vivono lungo il corridoio Carajás. I personaggi, che sono i lavoratori di un’impresa, mettono in discussione i suoi affari, discutono su questioni ambientali, sociali e politiche in un gioco pieno di buon umore. Lo spettacolo è una satira che va dalla scoperta della Serra dos Carajás fino ad ogni sfruttamento delle risorse naturali.

    Testo e regia: Xico Cruz
    Durata: 40 minuti
    Attori. Mikaell Carvalho, Erica Sousa, Edvirge Maria, Walison Melo e Xico Cruz.

  • Madeireiros e milizie nell’Amazzonia del Maranhão

    Madeireiros e milizie nell’Amazzonia del Maranhão

    di Padre Dario Bossi

    traduzione di Martina Giordani

    Nel 2015 un’ondata di violenza e distruzione fuori controllo sembra essersi diffusa partendo dalla città di Buriticupu, nel Maranhão (stato nordestino del Brasile): il disboscamento, che ha già devastato quasi tutto il territorio comunale, è in espansione nei comuni limitrofi. Poiché le aree dedicate all’agropecuária (allevamento) non dispongono più di legname di alto valore economico, l’attenzione si è spostata sulle unità di conservazione e sulle terre indigene. Più di 20 segherie installate a Buriticupu cercano legname nella Riserva Biologica Gurupi e nelle Terre Indigene Arariboia, Caru e Awá, tutte in un raggio di meno di 150 km.

    Terra indigena copiaLa risposta dello stato brasiliano a questa situazione è sempre stata frammentata e incoerente. A livello federale, l’IBAMA (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis) e l’ICMBio (Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade) hanno condotto delle operazioni contro il disboscamento illegale. Le più clamorose, con un forte apparato di sicurezza, compresa la presenza massiccia dell’esercito brasiliano, hanno portato al sequestro di attrezzature per l’abbattimento di alberi e il trasporto di tronchi.

    Tuttavia, non si fa nulla per attaccare il motore economico di questa organizzazione criminale, cioè le segherie, che sono in piena attività e dalle quali partono ogni giorno decine di camion carichi di legname tagliato illegalmente. Queste azioni di contrasto non risolvono il problema e aumentano la rabbia dei madeireiros, mettendo in pericolo coloro che difendono la riserva, siano essi agricoltori, ambientalisti o funzionari pubblici.

    Dall’altra parte l’INCRA (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária) non fa nulla per far rispettare la legge, né fornisce terre adatte e alternative alla Riserva dove potrebbero vivere i piccoli agricoltori, né rivela la falsità dei titoli fondiari che i grandi proprietari terrieri comprano e vendono come se fossero validi.

    Anche lo Stato del Maranhão, sostenendo sempre l’argomento secondo cui le aree in conflitto sono di competenza federale, mantiene un atteggiamento duplice. Se da un lato la Secretaria de Direitos Humanos mostra preoccupazione per la situazione di violenza e sostiene di essere alla ricerca di alternative economiche al disboscamento illegale, la Secretaria Estadual de Meio Ambiente (SEMA), solo nel 2015, ha concesso in licenza sette segherie nella città di Buriticupu, nonostante l’assenza di un piano di gestione forestale sufficiente a giustificare anche solo una minuscola frazione del legname commercializzato.

    La situazione di violenza è arrivata all’apice nella Riserva Biologica di Gurupi (ReBio) con l’omicidio di Raimundo dos Santos, presidente dell’Associazione di Piccoli Produttori Rurali della comunità Brejinho Rio das Onças II. Raimundo è stato assassinato vilmente il 25 agosto con diverse pallottole e colpi di machete. Tempo prima, aveva denunciato minacce alla polizia. Anche sua moglie Maria da Conceição è stata presa di mira con diversi colpi, ha assistito alla morte del suo compagno ma è riuscita a fuggire, gravemente ferita. è stata ricoverata per quasi due settimane presso l’Ospedale di Açailândia, sotto la scorta della polizia.

    Foto di Marizilda Cruppe/Greenpeace

    Nella Terra Indigena Arariboia la strategia dei madeireiros è stata quella di incendiare i boschi per evitare che i Guajajara si organizzassero in brigate per combattere contro la deforestazione. Un gruppo isolato di circa 80 indigeni Awá Guajá è stato completamente circondata dalle fiamme. Quando le squadre dell’IBAMA arrivarono per contribuire al controllo del fuoco, i madeireiros armati li hanno accolti con i proiettili. Altre aree indigene della regione continuano ad essere prese di mira e invase dai madeireiros: Alto Turiaçu (la più grande area indigena del Maranhão), Bacurizinho e Guajajara-Canabrava.

    Gli episodi sempre più frequenti di scontri armati con squadre d’ispezione fiscale, la sorveglianza e il monitoraggio a cui sono sottoposte le squadre degli organi per l’ambiente, le costanti fughe di notizie e di pianificazione delle operazioni per combattere la deforestazione e le recenti uccisioni di leader contadini e ambientalisti, ci permettono di affermare che i madeireiros (principalmente quelli di Buriticupu) formano una vasta organizzazione criminale, con ramificazioni in diversi comuni e agenti infiltrati in vari organi pubblici, che sostiene milizie fortemente armate e disposte a sparare contro chiunque osi affrontare lo stato di diritto della forza, che attualmente governa questa parte del Brasile.

    Il governo brasiliano ha completamente perso il controllo di questo territorio al punto da non poter più nemmeno entrare in alcune aree sotto il controllo di questi gruppi armati. Nel frattempo, i criminali, con il supporto di alcuni parlamentari di tutti i livelli di governo e di molti sindaci dei comuni interessati, diventano sempre più forti.

    Il transito costante di camion carichi di tronchi di alberi secolari, sradicati dagli ultimi remanescentes della foresta amazzonica del Maranhão, rimane il paesaggio urbano più frequente a Buriticupu. Le entità che hanno firmato di seguito, unendosi al clamore delle comunità colpite, lanciano un appello urgente a tutte le istituzioni che possono e devono intervenire per fermare questa tragedia e impedire la morte della foresta del Maranhão e delle comunità che vivono nella foresta e per la foresta.

    Urge un piano articolato, permanente ed efficace di interdizione delle segherie illegali e del trasporto di legname, così come un investimento consistente in alternative produttive, di gestione e protezione delle foreste. Lo Stato, i movimenti sociali, le chiese e la società civile organizzata nel suo complesso devono allearsi a questo sforzo congiunto in difesa del futuro.

    “La morte della foresta è la morte di tutti noi” diceva Irmã Dorothy Stang, morta per questa causa, affinché la vita non venisse mai più calpestata in Amazonia.

    Firmano da Brasile, Colombia, Peru, Guyana, Bolivia, Ecuador, Cile, Argentina, Messico, Spagna, Inghilterra, USA, Canada, Città del Vaticano, il 20 novembre 2015:

    Dom Leonardo Ulrich Steiner; Secretário Geral da CNBB, Brasília

    Dom Belisário da Silva; Presidente Regional Nordeste 5 CNBB, Maranhão

    Dom Mário Antônio da Silva; Presidente Regional Norte 1 CNBB, Manaus

    Dom Bernardo Johannes; Presidente Regional Norte 2 CNBB, Pará

    Dom Philip Dickmans; Presidente Regional Norte 3 CNBB, Tocantins

    Dom Neri José Tondello; Presidente Regional Oeste 2 CNBB, Mato Grosso

    Dom Roque Paloschi; Bispo de Porto Velho – RO e Presidente do CIMI

    Dom Wilmar Santin. Bispo de Itaituba – PA

    Ir. Maria Inês Vieira Ribeiro; Presidente de Conferencia de Religiosos de Brasil

    Ir. Irene Lopes; Secretaria Executiva da Comissão Amazônia da CNBB

    Ir. Ildes Lobo; Irmãs de Santa Doroteia – Manaus

    Ir. Joao Gutemberg; Maristas en la Amazonía – Manaus

    Armindo Goes Melo. Yanomami. Director de Hutukara – RR

    Raimunda Paixao; Equipe Itinerante missionária – Manaus

    Ir. Arizete Miranda; AM

    Izalene Tiene; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Chico Loebens; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Hno. Darwin Orozco; Capuchinos en la Amazonía – AM

    Ir. Julio Caldeira; Consolatos en la Amazonía

    Dario Bossi; Missionários Combonianos – Maranhão

    Vanthuy Neto; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Mons. Pedro Barreto; Arzobispo de Huancayo – Perú

    Mons. Oscar Urbina; Arzobispo de Villavicencio, Vicepresidente de la Conferencia Episcopal – Colombia

    Mons. Walter Heras; Presidente Pastoral Social Caritas – Ecuador

    Mons. Rafael Cob; Obispo delegado por la Amazonía de Ecuador

    Rafael González Ponce; Presidente/a de Conferencia de Religiosos de Ecuador

    Mons. Eugenio Coter; Obispo delegado por la Amazonía de Bolivia

    Mons. Julio Parrilla; Obispo vice-presidente de Cáritas de Ecuador

    Mons. Omar de Jesús Mejía Giraldo; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. José de Jesús Quintero Diaz; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. Figueroa; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. David Martínez. Obispo de Puerto Maldonado – Perú

    Gloria Luz Patiño; Presidente/a de Conferencia de Religiosos de Perú

    Paul Martin, sj; Delegado por Obispo de Guyana

    Jaime Campos, OFM; Chile

    Alfonso López Tejada. Líder Kukama. Perú;

    Elvy Monsanto; Departamento de Justicia y Solidariedad, CELAM – Colombia

    Hugo Ramírez; ALER – Perú

    Asunta Montoya; SIGNIS – Equador

    Mauricio López; Comité Ejecutivo REPAM. Secretario Ejecutivo – Equador

    Luis Enrique Pinilla; Comité Ejecutivo REPAM. DEJUSOL – Colombia

    Pedro Sánchez; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Equador

    Alfredo Ferro; Comité Ejecutivo REPAM – Colombia

    Daniela Andrade; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Equador

    Adda Chuecas; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Perú

    Humberto Ortiz; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Perú

    Romina Gallegos; Red Amazónica Ecuador

    Augusto Zampini. Asesor Teológico; Argentina

    Ana Cristina García; Cáritas Española

    Clare Dixon. CAFOD; Inglaterra

    Thomas Hollywood. CRS; Estados Unidos de América

    Anne Catherine Kennedy – DP – Canadá
    Cristiane Murray; Radio Vaticana

    Hermana Mercedes Casas; Presidente de la Conferencia Latino-Americana de Religiosas y religiosos (CLAR) – México

    Luz Marina Valencia; Secretario Ejecutivo de la CLAR

  • Sebastião Salgado rompe il silenzio sul disastro nel Minas Gerais

    Sebastião Salgado rompe il silenzio sul disastro nel Minas Gerais

    Con otto giorni di ritardo, il fotografo sponsorizzato dalla Vale ha chiesto un fondo finanziato dall’impresa per aiutare la popolazione locale.

    Sotto la pressione delle reti sociali, il fotografo Sebastião Salgado si è finalmente espresso sulla rottura delle dighe a Mariana, nel Minas Gerais. Con otto giorni di ritardo, il suo Istituto Terra ha divulgato un comunicato che chiede “l’assunzione di responsabilità da parte delle imprese coinvolte”. Le dighe si sono rotte il 5 novembre, ma il comunicato è stato pubblicato solo la sera del 13 novembre attraverso un post sulla sua pagina Facebook. Nel cammino verso la città di Mariana c’è la città di Aimorés, dove si trova l’Istituto Terra, fondato dal fotografo Salgado e dalla moglie Lélia Wanick Salgado alla fine degli anni ’90.

    Diversi progetti dell’Istituto, che promuove lo sviluppo della Vale do Rio Doce, sono supportati dalla Vale, azionista della compagnia mineraria Samarco, insieme all’australiana BHP, responsabili ufficiali della diga. Uno di questi progetti è Gênesis, attraverso il quale tra il 2004 e il 2012 Salgado, con il patrocinio della Vale, ha visitato 32 regioni del mondo per registrare alcuni dei luoghi più incontaminati del pianeta.

    Proprio per questa partnership, gli utenti internet hanno chiesto all’istituto e a Salgado stesso di prendere posizione sulla rottura delle dighe. “Nessun commento sul disastro nel rio Doce?”, ha chiesto Fernando Lessa. “Per favore prendete posizione sull’incidente di Samarco! è il minimo che ci aspettiamo da voi”, ha scritto Regina Zeitoune.

    La risposta è finalmente arrivata sotto forma di dichiarazione ufficiale. Nessuna menzione né alla Samarco né alla Valle. “L’Istituto Terra comprende la necessità di azioni urgenti da parte dei poteri costituiti per ridurre al minimo la sofferenza della popolazione coinvolta e gli impatti sull’ambiente, nonché la necessità di fare pressione sull’assunzione di responsabilità da parte delle imprese coinvolte, in accordo con la legislazione brasiliana, per ottenere il pieno risarcimento dei danni causati.”

    Il testo afferma che l’Istituto ha mobilitato il suo staff per preparare un progetto per il recupero del Rio Doce. “La proposta prevede di creare un fondo di risorse finanziarie sovvenzionate dalle imprese responsabili del disastro, che permetta di assorbire tutti gli investimenti e le azioni destinate alla ricostruzione delle condizioni ecologiche, così come di generare le risorse continuative per progetti sociali, economici e di creazione di posti di lavoro e reddito in tutta la regione che costituisce questo bacino idrografico”.

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    Comunicato integrale in portoghese:

    “Solidário a todos os atingidos pelo rompimento das barragens de rejeitos no município de Mariana, em Minas Gerais, em especial aos familiares das vítimas, o Instituto Terra entende que o momento exige ações urgentes dos poderes constituídos, no sentido de minimizar o sofrimento da população envolvida e dos impactos causados ao meio ambiente, ao mesmo tempo em que deve atuar na responsabilização das empresas envolvidas, de acordo com a legislação brasileira, no sentido de efetivar a integral compensação pelos danos causados.

    Durante toda a sua existência, o Instituto Terra pautou-se pelo verdadeiro sentido da palavra sustentabilidade, buscando ser interlocutor, mediador dos conflitos locais, mas também apresentando soluções técnicas efetivas para promover o equilíbrio entre desenvolvimento e meio ambiente. Diante do acontecido, o Instituto Terra imediatamente mobilizou todo o seu corpo técnico na elaboração de um projeto para recuperação do Rio Doce. A proposta prevê a criação de um Fundo com recursos financeiros subsidiados pelas empresas responsáveis pelo desastre, que possibilite, além da recuperação de nascentes, absorver todos os investimentos e ações destinados à reconstrução das condições ecológicas, bem como gerar recursos contínuos para projetos sociais, econômicos e de geração de emprego e renda em toda a região que constitui essa bacia hidrográfica.

    O fundo deve permitir a criação de um patrimônio perpétuo para promover uma grande transformação no Vale do Rio Doce, saindo de um quadro de intensa devastação para um ambiente equilibrado, desenvolvido e produtivo. O projeto já foi discutido com os Governadores de Minas Gerais e do Espírito Santo, bem como com o Governo federal. Cofundador e Vice-Presidente do Instituto Terra, Sebastião Salgado tratou do tema diretamente com a presidente Dilma Rousseff, na manhã desta sexta-feira (13 de novembro), em Brasília, que se mostrou empenhada e favorável à iniciativa, e assumiu o compromisso de criar um comitê para negociar com as empresas responsáveis pelas barragens de Mariana.

    Além do Governo federal e dos Governos Estaduais, o plano para recuperação do Rio Doce deve envolver os governos municipais, a iniciativa privada e a sociedade civil organizada, para pleno direcionamento dos recursos e tecnologias a serem empregados na região.

    Já sabíamos que restabelecer a vida do Rio Doce seria um processo difícil e de longo prazo. Agora, exigirá mais empenho e urgência nas ações, bem como uma aprendizagem ambiental compartilhada com a sociedade.

    Mais do que nunca, o resgate do Rio Doce, destruído ecologicamente pelo desastre, passará por medidas de recuperação de todas as nascentes da bacia, para garantir uma maior produção de água, bem como a reconstituição das matas ciliares e das reservas legais, para evitar a sobreposição e acúmulo de mais resíduos, assim como o fortalecimento de um modelo agroecológico de produção rural. Somadas a outras ações socioambientais e de monitoramento, de toda a cadeia produtiva, em especial a industrial, acreditamos que será possível alcançar o pleno restabelecimento da região.

    O Instituto Terra reafirma seu compromisso com a missão de replantar a Mata Atlântica e trazer de volta a vida, a água, ao Vale do Rio Doce, com projetos conectados e voltados diretamente para a promoção do desenvolvimento pleno de um Vale que há anos sofre com os efeitos da degradação ambiental.”

    Articolo pubblicato sulla rivista “Brasileiros” il 14/11/2015

  • Mais um rastro de destruição e morte na história da mineração e da empresa Vale S.A.

    Mais um rastro de destruição e morte na história da mineração e da empresa Vale S.A.

    Ontem, dia 05 de novembro de 2015, mais uma notícia chocante e terrível envolvendo a grande mineração e a empresa Vale S.A. nos assola.

    Duas barragens da mineradora Samarco Mineradora S.A., joint venture da Vale S.A (50%) e da BHP Billiton Brasil Ltda (50%), e também recebedora de rejeitos de outras minas da Vale S.A na região, dentre as quais a mina de Alegria, se romperam no estado de Minas Gerais, no distrito de Bento Rodrigues, entre as cidades de Mariana e Ouro Preto.

    O Distrito encontra-se completamente soterrado por lama tóxica, sendo o acesso ao local apenas possível por helicóptero. Há inúmeros desabrigados e até o momento foram contabilizados ao menos 16 mortos, 45 desaparecidos e inúmeros soterrados.  A situação no local continua muito grave e há riscos de novos desmoronamentos. Inicialmente, somente o distrito de Bento Rodrigues havia sido afetado, mas a enxurrada de rejeitos segue atingindo outros distritos e municípios, tendo chegado a 60 km do local.

    O rompimento de uma barragem de rejeitos – estrutura que tem a finalidade de reter os resíduos sólidos, que possuem elevado grau de toxicidade e água dos processos de beneficiamento de minério – não se dá de forma aleatória e não é uma novidade nem para o estado de Minas Gerais nem para o setor minerário. A gravidade do caso exige severa investigação sobre o ocorrido, rigorosa responsabilização dos culpados e reparação integral e indenização a todos os afetados e afetadas.

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    O que ocorreu foi um CRIME.  Os órgãos fiscalizadores e as empresas têm total responsabilidade sobre a tragédia ocorrida. A quantidade de rejeitos prova que as empresas tinham ultrapassado, e muito, a capacidade da barragem. O laudo técnico realizado pelo Instituto Prístino, a pedido do Ministério Público durante o licenciamento do projeto, já identificava problemas, tais como: a barragem do Fundão e a pilha de estéril União da Mina de Fábrica Nova da Vale fazem limite entre si, caracterizando sobreposição de áreas de influência direta, com sinergia de impacto; a condicionante de monitoramento geotécnico e estrutural dos diques e da barragem deveria ser realizada periodicamente, com intervalo inferior a um ano, indicando risco de acidentes. Esses dois pontos já anunciavam a tragédia e comprovam a política cruel da Samarco, Vale S.A. e dos órgãos responsáveis pela licença do projeto.

    A Vale S.A. é uma empresa amplamente conhecia por movimentos sociais, comunidades, sindicatos, acadêmicos, organizações não governamentais e demais segmentos sociais, por seu constante desprezo aos direitos socioambientais. O que mais esta tragédia nos evidencia é o desrespeito a questões fundamentais, como a segurança, tanto dos seus trabalhadores, quanto das comunidades próximas, frente a crescente intensidade da extração mineral e a busca desenfreada pelo lucro das grandes mineradoras.

    No momento atual, em que está em jogo a aprovação de um Novo Código Mineral para o país, que permitirá o avanço ainda maior da mineração em território nacional, deve-se considerar as chances reais do crescimento em escala e números do cenário de mortes, desrespeito de direitos, apropriação ilegal de terras, contaminação de mananciais de água e tragédias como a ocorrida ontem.

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    Em Minas Gerais está para ser votado o Projeto de Lei nº 2.946/2015, de autoria do atual governador Fernando Pimentel (PT), que fragiliza ainda mais o licenciamento ambiental no estado. O referido projeto permitirá reduzir o tempo para a concessão do licenciamento ambiental no estado, fato que beneficiará empreendimentos considerados estratégicos pelo Governo, ampliando ainda mais a insegurança jurídica, os danos ambientais e os conflitos sociais associados a grandes projetos.

    A tragédia de ontem mais uma vez nos alerta para o constante impacto socioambiental da mineração. Esse desastre pede de forma urgente um debate público sobre a mineração em grande escala no país e os mecanismos de responsabilização das empresas. A política das mineradoras para com os trabalhadores e as comunidades é a mais perversa possível. Essas empresas lucram bilhões todos os anos e investem muito pouco em segurança, nos trabalhadores e nas cidades.

    Várias são as denúncias de irregularidades na construção e ampliação de barragens de rejeitos, citando-se a título de exemplo as irregularidades estruturais nas obras que envolvem a barragem da mina Casa de Pedra em Congonhas/MG, da Companhia Siderúrgica Nacional, bem como as ilegalidades no processo de outorga referente à construção da barragem de rejeitos do sistema Minas-Rio, a ser instalada entre os municipios de Alvorada de Minas e Conceição do Mato Dentro, de responsabilidade da mineradora Anglo American.

    Para nós da Articulação Internacional dos Atingidos e Atingidas pela Vale S.A. o que ocorreu no distrito de Bento Rodrigues não é um caso isolado e sim mais uma tragédia do setor. Grandes empresas como a Vale S.A. possuem a prática de terceirizar suas operações ou criar joint-ventures escondendo seu nome e omitindo compromissos e responsabilidades. Não podemos deixar que os responsáveis pela tragédia saiam impunes.

    Exigimos investigação e punição cível, ambiental e criminal das empresas Samarco, Vale S.A. e BHP Billiton Brasil Ltda, responsabilizando-se, também, seus dirigentes de forma pessoal, além de reparação integral e indenização à população de Bento Rodrigues.

    Nós da Articulação Internacional enviamos toda a solidariedade à população de Bento Rodrigues, Paracatu de Baixo, Mariana e região.

    Não podemos permitir nem mais uma morte!

    BASTA!

    Articulação Internacional dos Atingidos e Atingidas pela Vale S.A. – 06/11/2015

  • CARO AMICO ROCCO

    CARO AMICO ROCCO

    Caro amico Rocco,

    tu non lo sai, non lo puoi neanche immaginare. Tu, abituato alle sue strade bianche della bassa, al lento ritmo dell’uomo nel susseguirsi delle stagioni, non lo puoi sapere. E allora ti scriverò una lettara così, come questa, parlado del più e del meno. Non ti racconterò degli uomini armati che salgono sugli autobus e ci obbligano tutti a scendere, non ti spiegherò che gli uomini armati sono gli stessi autisti, una dissidenza del sindacato che non ha accettato l’accordo, non ti racconterò che quegli uomini hanno bloccato due milioni e mezzo di persone, non ti farò vedere le immagini del panico alla stazione della metropolitana presa d’assalto dai passeggeri che non trovavano altro mezzo di trasporto, e non ti dirò neanche della città nel caos, mentre gli autobus per traverso bloccavano le avenidas e gli incroci principali. E non ti racconterò che, sia il sindacato che il comune, né la segreteria di pubblica sicurezza del governo, nessuno ha imposto con “voz de comando” il ritorno all’ordine, ma che le uniche parole del sindaco mentre la sua città era sotto il comando di orde impazzite, erano: è incomprensibile e ingiustificabile che succeda una cosa così. Lo stesso commento che avrebbe fatto la mia vicina di casa. Non ti racconterò che il capo della polizia ha dato ordine ai suoi uomini di non intervenire perché “il problema dei trasporti municipali non è un problema di pubblica sicurezza ma lo deve risolvere il comune”, come se fosse possibile abbandonare di traverso un autobus articolato in mezzo a un incrocio e obbligare i passeggeri a scendere, e quando dico “passeggeri” penso alla vecchietta, alla signora con il bambino, ai lavoratori che tornano a casa, penso a me che avevo voglia di prendere l’autista per il collo, ma che poi non l’ho fatto, non perché fosse armato con una spranga di ferro, ma perché insieme a lui c’erano altri dieci autisti che avevano fermato il loro mezzo. Quindicimila autobus abbiamo in città. Lo sciopero selvaggio è stato indetto da una dissidenza del sindacato che non riunisce più del 10% dei lavoratori. Però nessuno ha reagito, nessuno si è opposto. Sciopero selvaggio… Quando la legge dice chiaramente che i servizi essenziali devono avvisare la parlaizzazione con 72 ore di anticipo e continuare a garantire per lo meno il 60% del servizio. Non ti racconterò, caro Rocco, che dietro tutto questo c’è il PCC, Primeiro Comando da Capital, la più potente organizzazione criminale brasiliana, che controlla la vita pratica dei cittadini. Gli orari di entrata e di uscita di interi quartieri, il coprifuoco, le attività commerciali, i punti delle scommesse illegali (più numerosi e visibili di quelli ufficiali) la droga (venduta a chili dappertutto), i trasporti clandestini. Clandestini nel senso di irregolari, perché sono invece ben visibili e alla luce del sole. Non dirò neppure che appena gli autubus si sono fermati in tutte le avenidas, sono comparsi i furgoni, le Kombi, a caricare i passeggeri disperati. E nenache racconterò che l’altoparlante della stazione del metrò annunciava la chiusura dei vari terminali, ma confermava la presenza e il funzionamento “normale” (si diceva proprio così, “normale”) delle Van, i furgoni abusivi. Tanto non te lo dico, Rocco, che lo sciopero è durato due giorni in città e che dura fino ad oggi nelle città dell’interlad bloccando la vita di una delle aree metropolitane più grandi del mondo. Tanto non te lo dico, Rocco, che magari puoi pure rispondermi: il diritto di sciopero è sacro. E se poi ti racconto che la polizia civile è entrata anch’essa in sciopero? E che dopo Salvador, anche a Recife lo sciopero lo fa la polícia militar, quella responsabile della pubblica sicurezza, e che i saccheggi, gli stupri, gli omicidi, gli arrastões terrorizzano la città, cosa penserai, caro Rocco? Naturalmente, che sto inventando tutto. Dirai: ma se il Corriere non ne parla, allora vuol dire che non è vero. Arrastões, è il plurale di arrastão, significa strascico, retata. Per esempio si chiude una strada e si depreda tutto quello che c’è, si ruba e si uccide. Arrastão. È molto comune, a São Paulo e a Rio fare un arrastão in un tunnel. Si blocca l’uscita con la macchina e comincia la razzia. Ebbene, martedì e mercoledì, giovedì e venerdì, l’arrastão lo facevano gli autisti degli autobus. E se scrivessi a Rocco che ieri in città abbiamo avuto il più grande congiestionamento mai registrato? Hai capito Rocco? 344 km di fila! Gli autobus per traverso, le stazioni del metro in collasso e le strade bloccate e mentre sei prigioniero nella tua macchina vieni pure rapinato in un arrastão.

    No, non te lo scrivo a Rocco, non mi crederesti, anzi, diresti che sono un pazzo, che esagero come sempre. E poi mancano tre settimane ai Mondiali, chissenefrega, tanto vince il Brasile.

    E da voi? Come va il vostro Renzi-cipollino?

    Um grande abraço.

    di Edith Moniz e Paolo D’Aprile

     

    http://www.youtube.com/watch?v=B9cRaSIv0vw

    http://www1.folha.uol.com.br/multimidia/videocasts/2014/05/1457585-video-exclusivo-mostra-caos-em-estacao-de-metro-em-sao-paulo.shtml

    http://g1.globo.com/sao-paulo/transito/cobertura/

    Saccheggi a Recife durante lo sciopero della Polícia Militar

    http://www.youtube.com/watch?v=xtFN3YdrywY

    http://www.youtube.com/watch?v=TsixRLfH0nk

     

  • ANA CLARA

    ANA CLARA

    di Eidth Moniz

    Traduzione di Paolo D’Aprile

    (Nella foto il carcere di Pedrinhas)

    Lo abbiamo saputo dagli organismi internazionali di difesa dei Diritti Umani: le carceri del Maranhão sono da anni sotto il dominio della criminalità organizzata. In pochi mesi sessanta detenuti sono stati assassinati dentro le mura del carcere; un grande numero di stupri contro le mogli di detenuti durante l’orario di visita; droga, armi e telefonini circolano liberamente sotto lo sguardo di autorità corrotte e inefficienti. Il governo federale decide di intervenire. La reazione della criminalità è immediata. La divulgazione delle immagini (non il fatto in sé, ma la sua divulgazione!) ha aperto un dibattito nazionale. Ma l’imminente inizio dell’ennesima edizione del Grande Fratello, sta definitivamente mettendo a tacere la realtà.

    Preferisco non tradurre gli articoli di giornale che raccontano i fatti con minuzia di informazioni e particolari, preferisco tradurre le considerazioni di Edith.

    Nel link in allegato, l’indicibile.

    http://www.estadao.com.br/noticias/cidades,video-mostra-ataque-a-onibus-que-matou-garota-no-maranhao,1116357,0.htm

    http://www1.folha.uol.com.br/cotidiano/2014/01/1394160-presos-filmam-decapitados-em-penitenciaria-no-maranhao-veja-video.shtml

    L’immagine della bambina vietnamita in lacrime è impressa nella coscienza collettiva dell’umanità.

    È passato molto tempo. La pelle a brandelli, la bocca in una smorfia di dolore e là in fondo il villaggio disintegrato in una palla di napalm.

    Quarant’anni dopo, le immagini del mio paese girano il mondo, ma il mondo ha cose più importanti da fare e da pensare, che assistere alla danza grottesca della bambina in fiamme che sembra non accorgersi di bruciare viva. Cammina come un bambola impazzita senza sapere che la sua morte non è un incidente, che il suo soffrire è il simbolo del Brasile reale ignorato e nascosto dalle autorità sotto il manto della falsa allegria di un paese felice. Qui tutto viene misurato da numeri enormi. Il mio pese è il luogo delle enormità. Nelle prigioni centinaia di dannati occupano lo spazio dove potrebbero starci solamente alcune decine. Migliaia, un luogo dove ci starebbe un centinaio. I più forti tagliano a pezzi i più deboli, le teste rotolano in un mare di sangue. I detenuti filmano l’esecuzione. All’ora di cena il telegiornale tra le tante notizie, trasmette anche questa. Contemporaneamente nel palazzo del governo si discute la quantità e la qualità delle provvigioni per l’anno che inizia: aragoste, caviale, champagne. Neanche la presenza dei soldati della forza nazionale riesce a fermare la furia assassina. I detenuti ordinano l’assalto alla città. Gli autobus vengono bloccati e incendiati. La bambina-bambola brucia viva davanti a tutti noi. Le viscere esposte sono il grido della miseria della mia gente. L’Angelo della Morte è passato come fuoco e la bambina non sa che la sua morte è parte di un gioco molto più grande di lei, le cui regole sono state scritte altrove. Nella cella le teste rotolano in un mare di sangue. I corpo martoriati dal coltello espongono le ferite della complicità della società assetata di vendetta. In fin dei conti sono tutti delinquenti, che si ammazzino pure tra loro, che continuino ad ammazzarsi. Il Male dalle mille facce ride nelle oscenità dei governanti, primi e ultimi responsabili.

    L’insopportabile silenzio di Dio assiste al massacro del suo popolo.

    Dicono che Lui consola gli afflitti.

    Dicono anche che stia là dove più si soffre.

    Ana Clara Souza, sei anni, bambola brasiliana nelle Sue braccia.

  • VENE APERTE

    VENE APERTE

    di Edith Moniz – traduzione di Paolo D’Aprile

    VENE APERTE

    Tre navi del ducato di Bretagna, due delle quali di cento e quaranta tonnellate, e l’altra di ottanta tonnellate più o meno, furono inviate alle terre del Brasile per riscuotere legni del Brasile e altre mercanzie di grande utilità ai nostri regni, terre, signorie e sudditi, e queste navi che hanno ancorato in un certo porto e rifugio di quella terra, posero e sventolarono le bandiere e i suggelli di Francia e del ducato di Bretagna, che fosse caricata grande quantità di legni del Brasile, grande numero di animali strani e uccelli…

    (Cristovão Jacques, navigatore. Carta ai Re, Secondo Viaggio al Brasile, 1527)

    E che le navi all’orizzonte partano e tornino infinite volte, che continuino a rubare tutto. Della nostra terra non rimane più nulla, solamente il vento a soffiare tra l’abbandono e la miseria delle baracche. Potete andare, portatevi via per sempre il vostro oro. Non ne abbiamo bisogno, non ne vogliamo. Secoli di vene aperte ci hanno immunizzato: non più “legni, animali strani, uccelli”, adesso rimaniamo noi. Solamente noi.

    Giorni rilucenti di plastica, giorni di ronzii e voci sovrapposte. Giorni di solitudine, sofferenza e morte. Solitudine infiltrata tra i milioni di passanti delle metropoli, nei colori infami della felicità imposta. La speranza di un popolo affogata nei dollari della corruzione, tradita nelle promesse di governanti sottomessi a interessi decisi altrove, la speranza di un popolo continua a sopravvivere nella semplicità di un gioco silenzioso, nel sorriso di una vecchia donna, nelle rughe di una vita costruita nel tempo senza tempo degli enormi spazi ancora da riempire del cuore degli uomini. Per questo l’immagine muta del silenzio della mia gente è più eloquente di qualunque parola sempre assassinata sul nascere. La voce del mio popolo è il suo silenzio, la voce del mio popolo è letta nelle viscere della polvere che attraversa le sue case, nei giochi primordiali di bambini che fin dalla nascita sanno già tutto. La voce scalza della mia gente attraversa la miseria che le hanno costruito addosso e veste il suo miglior vestito per, finalmente, riconoscersi e rincontrarsi con se stessa. La voce degli sguardi, la voce che niente ha da aggiungere a ciò che è già stato detto dalla sua semplice presenza. La mia gente parla la lingua del mondo, senza chiedere niente a nessuno, adesso dice: io esisto, io sono.

    L’amico Giulio, capace di guardare tra le cose, per mezzo dell’immagine registra, dice e interpreta il linguaggio segreto della luce. Per questo è dei nostri.

    Muito Obrigada

    Edith Moniz

  • VEIAS ABERTAS

    VEIAS ABERTAS

    di Edith Moniz

    Três navios do ducado de Bretanha, os dois dos quais era cada um de cento e quarenta tonéis, e o outro de oitenta tonéis pouco mais ou menos e os enviaram as terras do Brasil para cobrar paus do Brasil e outras mercadorias proveitosas aos nossos reinos, terras, senhorias e súditos, os seus ditos navios que ancoraram em certo porto e abra da dita terra, puseram e despregaram nos ditos navios as bandeiras e armas de França e do dito ducado de Bretanha, que fosse carregada grande quantidade dos ditos paus do Brasil, grande número de alimarias estranhas e pássaros…

    (Cristovão Jacques, navegador. Carta aos Reis, Segunda Viagem ao Brasil, 1527)

    E que os navios do horizonte partam e voltem infinitas vezes, que continuem roubando tudo. Da nossa terra não sobra mais nada, somente o vento que assopra entre o abandono e a miséria dos barracos. Podem ir, levem embora, levem embora para sempre o seu ouro. Dele não precisamos, não o queremos. Séculos de veias abertas nos imunizaram: sem mais “paus, alimarias estranhas, pássaros” sobramos nós. Somente nós.

    Dias reluzentes de plástico, dias de barulhos e de vozes sobrepostas. Dias de solidão, sofrimento e morte. Solidão disfarçada nos milhões de transeuntes das metrópoles, nas cores infames da felicidade imposta. A esperança de um povo afogada nos dólares da corrupção, traída nas promessas de governantes submissos a interesses decididos em outras bandas, procura sobreviver na simplicidade de uma brincadeira silenciosa, no sorriso da velha mulher, nas rugas de uma vida construída no tempo sem tempo dos enormes espaços, ainda não preenchidos, do coração dos homens. Por isso a imagem muda do silêncio da minha gente é mais eloqüente que qualquer palavra assassinada ao nascer. A voz do meu povo é o seu silêncio, a voz do meu povo é lida nas entranhas da poeira que varre as suas casas, as brincadeiras primordiais de crianças que ao nascer já sabem tudo. A voz da minha gente atravessa descalça a miséria que edificaram para ela, e veste a sua melhor roupa para finalmente se reconhecer e reencontrar-se consigo mesma. A voz dos olhares, a voz que nada tem para acrescentar àquilo que já foi dito pela simples presença. A minha gente fala a língua do mundo, sem pedir nada a ninguém, agora diz: eu sou.

    O amigo Giulio, capaz de olhar entre as coisas, sabe, pela imagem, registrar dizer e interpretar a linguagem secreta da luz. Por isso é dos nossos.

    Muito Obrigada.

    Edith Moniz

  • MOSTRA “PIG IRON”

    MOSTRA “PIG IRON”

    Sabato 16 Novembre, alle ore 21.00, presso il Circolo Arci Noà, in Corso Margherita 154 a Torino, ci sarà l’inaugurazione della mostra fotografica e la presentazione del libro “Pig Iron”. Una pubblicazione sulle gravi ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale negli stati brasiliani del Pará e del Maranhão, tra i più poveri del paese. Un libro che racconta la quotidianità delle persone che vivono lungo la ferrovia del Carajas e dei loro disagi nell’abitare una regione dove corrono 100 milioni di tonnellate di ferro ogni giorno. Non solo rifiuti e detriti, ma anche aria avvelenata, terreni intossicati ed esausti, pozzi d’acqua prosciugati, caos sociale. Attraverso le fotografie di Di Meo e i testi di Dario Bossi, missionario comboniano impegnato da anni per supportare le comunità locali, il libro documenta queste ingiustizie attraverso la resistenza e la speranza delle comunità. Il progetto editoriale oltre a raccontare la storia di queste persone, vuole essere strumento per contribuire a combattere queste ingiustizie e mezzo di informazione, sensibilizzazione e strumento di coinvolgimento per azioni concrete e solidali. Un libro indipendente e autoprodotto, per cercare di proporlo ad un prezzo accessibile a tutti e per destinare parte del ricavato ad un progetto teatrale portato avanti dai giovani della compagnia “Juventudes pela Paz” di Açailândia nel nordest del Brasile.

    Sabato 16 Novembre 2013 – Ore 21.00

    Circolo Arci Noà – Corso Regina Margherita 154, Torino