Categoria: Pig Iron

  • Pig Iron: ringraziamenti di Padre Dario

    Pig Iron: ringraziamenti di Padre Dario

    Cari amici italiani,

    un forte abbraccio dal Brasile.

    Vi scrivo dal nord di questo immenso paese, in una regione pre-amazzonica (Maranhão e Pará) che in questi ultimi mesi sta soffrendo ancor più gli effetti di una violenza che lo Stato non riesce a controllare e che – in parte – finisce pure per favorire.

    Gli impatti del modello estrattivo-minerario, i disastri provocati dagli scarti dell’estrazione, i danni degli enormi progetti idroelettrici nel cuore della foresta che inondano territori indigeni e distruggono fette sempre maggiori del polmone verde del Pianeta, il disboscamento clandestino che miete vittime tra i sindacalisti ed i difensori ambientali locali: questo scenario purtroppo avanza, nella nostra regione.

    D’altra parte, l’impegno di tante comunità e persone appassionate non manca. Riunite in rete, si impegnano a più livelli: la rete Justiça nos Trilhos difende questi territori di Pará e Maranhão, la Red Eclesial Panamazónica riunisce le comunità cristiane dei nove paesi che si affacciano sulla foresta più grande del mondo, la rete Iglesias y Minería lavora in America Latina cercando di proteggere le comunità vittime delle imprese minerarie.

    Parte di queste storie le conoscete già grazie al libro fotografico Pig Iron di Giulio Di Meo, che sta circolando in Italia con le immagini della nostra gente, le loro lotte, sofferenze e sogni. In questi anni, parte delle vendite del libro hanno permesso di raccogliere 4.000 euro, che Giulio ha inviato a noi, in Brasile, per sostenere le iniziative della nostra gente.

    Non immaginate quanto sia importante, per noi, la solidarietà internazionale, il desiderio di comprendere cosa succede in queste regioni in cui l’Amazonia ed i suoi popoli continuano ad essere attaccati da grandi progetti che arricchiscono pochi gruppi.

    Vi raccomandiamo, specialmente, di seguire da vicino il caso di Piquiá de Baixo.

    Grazie alla vostra solidarietà, abbiamo finanziato un lavoro intenso e di estrema qualità: il teatro popolare come forma di educazione e resistenza. In questo trailer potete intuire quanto l’arte (fotografia e teatro) possa promuovere la dignità dei piccoli.

    Lo spettacolo teatrale “Buraco – Um panfleto profundo” è un’ironia sagace e creativa che denuncia gli impatti ambientali del modello minerario della nostra regione, ma valorizza la capacità di resistenza e speranza della gente.
    In questi ultimi due anni è circolato in molte comunità locali ed è stato presentato anche al Seminário Carajás 30 anos (nella capitale São Luís) e alla XII Romaria da Terra e das Águas do Maranhão, con la presenza di circa diecimila pellegrini e leader comunitari!

    Ora stiamo lavorando ad un nuovo progetto: stiamo appoggiando il lavoro artistico di un gruppo di giovani che hanno scelto di unire la cultura, la festa e la denuncia dell’ingiustizia ambientale. 

    La quadrilha junina é come se fosse il carnevale nella cultura nordestina del Brasile. Una festa folkloristica, antica, molto sentita, che riunisce tutti e che si sta sviluppando con creatività ed estrema bellezza. Ogni anno decine e decine di giovani si riuniscono in ‘scuole’ che competono per preparare la miglior quadrilha. Iniziano ad agosto, preparando il tema, il racconto, le coreografie e la scenografia che saranno presentati l’anno seguente, in giugno.

    E così queste scuole diventano anche un centro di aggregazione giovanile, un luogo per stringere nuove amicizie, per integrare giovani che altrimenti – in molti casi – starebbero sulla strada. Il tema della prossima quadrilha junina di una delle scuole della nostra città di Açailândia sarà la denuncia del dramma sofferto dalla comunità di Piquiá de Baixo, vittima dell’impatto del ciclo minerario-siderurgico, sfrenato e senza nessun “filtro etico e ambientale”. Ma anche l’annuncio della speranza e della resistenza di questa comunità.

    Non ditelo a nessuno, però, perché qui é ancora un segreto, la competizione tra le scuole é molto alta e la notizia non può trapelare!

    Noi missionari ci siamo impegnati con questi giovani (in tutto sono 60 coppie) ad appoggiare in parte le spese che devono sostenere per questo spettacolo. 

    Siamo molto curiosi ed animati, per la bellezza di questa iniziativa, che unisce l’impegno sociale alla capacità brasileira di fare festa.

    Vi anticipiamo che gli ultimi 1000 euro, donati grazie al libro Pig Ironsaranno destinati a questa attività. 

    Continuiamo a camminare insieme!

    pe. Dario – missionario comboniano 

     

  • Sebastião Salgado rompe il silenzio sul disastro nel Minas Gerais

    Sebastião Salgado rompe il silenzio sul disastro nel Minas Gerais

    Con otto giorni di ritardo, il fotografo sponsorizzato dalla Vale ha chiesto un fondo finanziato dall’impresa per aiutare la popolazione locale.

    Sotto la pressione delle reti sociali, il fotografo Sebastião Salgado si è finalmente espresso sulla rottura delle dighe a Mariana, nel Minas Gerais. Con otto giorni di ritardo, il suo Istituto Terra ha divulgato un comunicato che chiede “l’assunzione di responsabilità da parte delle imprese coinvolte”. Le dighe si sono rotte il 5 novembre, ma il comunicato è stato pubblicato solo la sera del 13 novembre attraverso un post sulla sua pagina Facebook. Nel cammino verso la città di Mariana c’è la città di Aimorés, dove si trova l’Istituto Terra, fondato dal fotografo Salgado e dalla moglie Lélia Wanick Salgado alla fine degli anni ’90.

    Diversi progetti dell’Istituto, che promuove lo sviluppo della Vale do Rio Doce, sono supportati dalla Vale, azionista della compagnia mineraria Samarco, insieme all’australiana BHP, responsabili ufficiali della diga. Uno di questi progetti è Gênesis, attraverso il quale tra il 2004 e il 2012 Salgado, con il patrocinio della Vale, ha visitato 32 regioni del mondo per registrare alcuni dei luoghi più incontaminati del pianeta.

    Proprio per questa partnership, gli utenti internet hanno chiesto all’istituto e a Salgado stesso di prendere posizione sulla rottura delle dighe. “Nessun commento sul disastro nel rio Doce?”, ha chiesto Fernando Lessa. “Per favore prendete posizione sull’incidente di Samarco! è il minimo che ci aspettiamo da voi”, ha scritto Regina Zeitoune.

    La risposta è finalmente arrivata sotto forma di dichiarazione ufficiale. Nessuna menzione né alla Samarco né alla Valle. “L’Istituto Terra comprende la necessità di azioni urgenti da parte dei poteri costituiti per ridurre al minimo la sofferenza della popolazione coinvolta e gli impatti sull’ambiente, nonché la necessità di fare pressione sull’assunzione di responsabilità da parte delle imprese coinvolte, in accordo con la legislazione brasiliana, per ottenere il pieno risarcimento dei danni causati.”

    Il testo afferma che l’Istituto ha mobilitato il suo staff per preparare un progetto per il recupero del Rio Doce. “La proposta prevede di creare un fondo di risorse finanziarie sovvenzionate dalle imprese responsabili del disastro, che permetta di assorbire tutti gli investimenti e le azioni destinate alla ricostruzione delle condizioni ecologiche, così come di generare le risorse continuative per progetti sociali, economici e di creazione di posti di lavoro e reddito in tutta la regione che costituisce questo bacino idrografico”.

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    Comunicato integrale in portoghese:

    “Solidário a todos os atingidos pelo rompimento das barragens de rejeitos no município de Mariana, em Minas Gerais, em especial aos familiares das vítimas, o Instituto Terra entende que o momento exige ações urgentes dos poderes constituídos, no sentido de minimizar o sofrimento da população envolvida e dos impactos causados ao meio ambiente, ao mesmo tempo em que deve atuar na responsabilização das empresas envolvidas, de acordo com a legislação brasileira, no sentido de efetivar a integral compensação pelos danos causados.

    Durante toda a sua existência, o Instituto Terra pautou-se pelo verdadeiro sentido da palavra sustentabilidade, buscando ser interlocutor, mediador dos conflitos locais, mas também apresentando soluções técnicas efetivas para promover o equilíbrio entre desenvolvimento e meio ambiente. Diante do acontecido, o Instituto Terra imediatamente mobilizou todo o seu corpo técnico na elaboração de um projeto para recuperação do Rio Doce. A proposta prevê a criação de um Fundo com recursos financeiros subsidiados pelas empresas responsáveis pelo desastre, que possibilite, além da recuperação de nascentes, absorver todos os investimentos e ações destinados à reconstrução das condições ecológicas, bem como gerar recursos contínuos para projetos sociais, econômicos e de geração de emprego e renda em toda a região que constitui essa bacia hidrográfica.

    O fundo deve permitir a criação de um patrimônio perpétuo para promover uma grande transformação no Vale do Rio Doce, saindo de um quadro de intensa devastação para um ambiente equilibrado, desenvolvido e produtivo. O projeto já foi discutido com os Governadores de Minas Gerais e do Espírito Santo, bem como com o Governo federal. Cofundador e Vice-Presidente do Instituto Terra, Sebastião Salgado tratou do tema diretamente com a presidente Dilma Rousseff, na manhã desta sexta-feira (13 de novembro), em Brasília, que se mostrou empenhada e favorável à iniciativa, e assumiu o compromisso de criar um comitê para negociar com as empresas responsáveis pelas barragens de Mariana.

    Além do Governo federal e dos Governos Estaduais, o plano para recuperação do Rio Doce deve envolver os governos municipais, a iniciativa privada e a sociedade civil organizada, para pleno direcionamento dos recursos e tecnologias a serem empregados na região.

    Já sabíamos que restabelecer a vida do Rio Doce seria um processo difícil e de longo prazo. Agora, exigirá mais empenho e urgência nas ações, bem como uma aprendizagem ambiental compartilhada com a sociedade.

    Mais do que nunca, o resgate do Rio Doce, destruído ecologicamente pelo desastre, passará por medidas de recuperação de todas as nascentes da bacia, para garantir uma maior produção de água, bem como a reconstituição das matas ciliares e das reservas legais, para evitar a sobreposição e acúmulo de mais resíduos, assim como o fortalecimento de um modelo agroecológico de produção rural. Somadas a outras ações socioambientais e de monitoramento, de toda a cadeia produtiva, em especial a industrial, acreditamos que será possível alcançar o pleno restabelecimento da região.

    O Instituto Terra reafirma seu compromisso com a missão de replantar a Mata Atlântica e trazer de volta a vida, a água, ao Vale do Rio Doce, com projetos conectados e voltados diretamente para a promoção do desenvolvimento pleno de um Vale que há anos sofre com os efeitos da degradação ambiental.”

    Articolo pubblicato sulla rivista “Brasileiros” il 14/11/2015

  • Mais um rastro de destruição e morte na história da mineração e da empresa Vale S.A.

    Mais um rastro de destruição e morte na história da mineração e da empresa Vale S.A.

    Ontem, dia 05 de novembro de 2015, mais uma notícia chocante e terrível envolvendo a grande mineração e a empresa Vale S.A. nos assola.

    Duas barragens da mineradora Samarco Mineradora S.A., joint venture da Vale S.A (50%) e da BHP Billiton Brasil Ltda (50%), e também recebedora de rejeitos de outras minas da Vale S.A na região, dentre as quais a mina de Alegria, se romperam no estado de Minas Gerais, no distrito de Bento Rodrigues, entre as cidades de Mariana e Ouro Preto.

    O Distrito encontra-se completamente soterrado por lama tóxica, sendo o acesso ao local apenas possível por helicóptero. Há inúmeros desabrigados e até o momento foram contabilizados ao menos 16 mortos, 45 desaparecidos e inúmeros soterrados.  A situação no local continua muito grave e há riscos de novos desmoronamentos. Inicialmente, somente o distrito de Bento Rodrigues havia sido afetado, mas a enxurrada de rejeitos segue atingindo outros distritos e municípios, tendo chegado a 60 km do local.

    O rompimento de uma barragem de rejeitos – estrutura que tem a finalidade de reter os resíduos sólidos, que possuem elevado grau de toxicidade e água dos processos de beneficiamento de minério – não se dá de forma aleatória e não é uma novidade nem para o estado de Minas Gerais nem para o setor minerário. A gravidade do caso exige severa investigação sobre o ocorrido, rigorosa responsabilização dos culpados e reparação integral e indenização a todos os afetados e afetadas.

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    O que ocorreu foi um CRIME.  Os órgãos fiscalizadores e as empresas têm total responsabilidade sobre a tragédia ocorrida. A quantidade de rejeitos prova que as empresas tinham ultrapassado, e muito, a capacidade da barragem. O laudo técnico realizado pelo Instituto Prístino, a pedido do Ministério Público durante o licenciamento do projeto, já identificava problemas, tais como: a barragem do Fundão e a pilha de estéril União da Mina de Fábrica Nova da Vale fazem limite entre si, caracterizando sobreposição de áreas de influência direta, com sinergia de impacto; a condicionante de monitoramento geotécnico e estrutural dos diques e da barragem deveria ser realizada periodicamente, com intervalo inferior a um ano, indicando risco de acidentes. Esses dois pontos já anunciavam a tragédia e comprovam a política cruel da Samarco, Vale S.A. e dos órgãos responsáveis pela licença do projeto.

    A Vale S.A. é uma empresa amplamente conhecia por movimentos sociais, comunidades, sindicatos, acadêmicos, organizações não governamentais e demais segmentos sociais, por seu constante desprezo aos direitos socioambientais. O que mais esta tragédia nos evidencia é o desrespeito a questões fundamentais, como a segurança, tanto dos seus trabalhadores, quanto das comunidades próximas, frente a crescente intensidade da extração mineral e a busca desenfreada pelo lucro das grandes mineradoras.

    No momento atual, em que está em jogo a aprovação de um Novo Código Mineral para o país, que permitirá o avanço ainda maior da mineração em território nacional, deve-se considerar as chances reais do crescimento em escala e números do cenário de mortes, desrespeito de direitos, apropriação ilegal de terras, contaminação de mananciais de água e tragédias como a ocorrida ontem.

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    Em Minas Gerais está para ser votado o Projeto de Lei nº 2.946/2015, de autoria do atual governador Fernando Pimentel (PT), que fragiliza ainda mais o licenciamento ambiental no estado. O referido projeto permitirá reduzir o tempo para a concessão do licenciamento ambiental no estado, fato que beneficiará empreendimentos considerados estratégicos pelo Governo, ampliando ainda mais a insegurança jurídica, os danos ambientais e os conflitos sociais associados a grandes projetos.

    A tragédia de ontem mais uma vez nos alerta para o constante impacto socioambiental da mineração. Esse desastre pede de forma urgente um debate público sobre a mineração em grande escala no país e os mecanismos de responsabilização das empresas. A política das mineradoras para com os trabalhadores e as comunidades é a mais perversa possível. Essas empresas lucram bilhões todos os anos e investem muito pouco em segurança, nos trabalhadores e nas cidades.

    Várias são as denúncias de irregularidades na construção e ampliação de barragens de rejeitos, citando-se a título de exemplo as irregularidades estruturais nas obras que envolvem a barragem da mina Casa de Pedra em Congonhas/MG, da Companhia Siderúrgica Nacional, bem como as ilegalidades no processo de outorga referente à construção da barragem de rejeitos do sistema Minas-Rio, a ser instalada entre os municipios de Alvorada de Minas e Conceição do Mato Dentro, de responsabilidade da mineradora Anglo American.

    Para nós da Articulação Internacional dos Atingidos e Atingidas pela Vale S.A. o que ocorreu no distrito de Bento Rodrigues não é um caso isolado e sim mais uma tragédia do setor. Grandes empresas como a Vale S.A. possuem a prática de terceirizar suas operações ou criar joint-ventures escondendo seu nome e omitindo compromissos e responsabilidades. Não podemos deixar que os responsáveis pela tragédia saiam impunes.

    Exigimos investigação e punição cível, ambiental e criminal das empresas Samarco, Vale S.A. e BHP Billiton Brasil Ltda, responsabilizando-se, também, seus dirigentes de forma pessoal, além de reparação integral e indenização à população de Bento Rodrigues.

    Nós da Articulação Internacional enviamos toda a solidariedade à população de Bento Rodrigues, Paracatu de Baixo, Mariana e região.

    Não podemos permitir nem mais uma morte!

    BASTA!

    Articulação Internacional dos Atingidos e Atingidas pela Vale S.A. – 06/11/2015

  • CARO AMICO ROCCO

    CARO AMICO ROCCO

    Caro amico Rocco,

    tu non lo sai, non lo puoi neanche immaginare. Tu, abituato alle sue strade bianche della bassa, al lento ritmo dell’uomo nel susseguirsi delle stagioni, non lo puoi sapere. E allora ti scriverò una lettara così, come questa, parlado del più e del meno. Non ti racconterò degli uomini armati che salgono sugli autobus e ci obbligano tutti a scendere, non ti spiegherò che gli uomini armati sono gli stessi autisti, una dissidenza del sindacato che non ha accettato l’accordo, non ti racconterò che quegli uomini hanno bloccato due milioni e mezzo di persone, non ti farò vedere le immagini del panico alla stazione della metropolitana presa d’assalto dai passeggeri che non trovavano altro mezzo di trasporto, e non ti dirò neanche della città nel caos, mentre gli autobus per traverso bloccavano le avenidas e gli incroci principali. E non ti racconterò che, sia il sindacato che il comune, né la segreteria di pubblica sicurezza del governo, nessuno ha imposto con “voz de comando” il ritorno all’ordine, ma che le uniche parole del sindaco mentre la sua città era sotto il comando di orde impazzite, erano: è incomprensibile e ingiustificabile che succeda una cosa così. Lo stesso commento che avrebbe fatto la mia vicina di casa. Non ti racconterò che il capo della polizia ha dato ordine ai suoi uomini di non intervenire perché “il problema dei trasporti municipali non è un problema di pubblica sicurezza ma lo deve risolvere il comune”, come se fosse possibile abbandonare di traverso un autobus articolato in mezzo a un incrocio e obbligare i passeggeri a scendere, e quando dico “passeggeri” penso alla vecchietta, alla signora con il bambino, ai lavoratori che tornano a casa, penso a me che avevo voglia di prendere l’autista per il collo, ma che poi non l’ho fatto, non perché fosse armato con una spranga di ferro, ma perché insieme a lui c’erano altri dieci autisti che avevano fermato il loro mezzo. Quindicimila autobus abbiamo in città. Lo sciopero selvaggio è stato indetto da una dissidenza del sindacato che non riunisce più del 10% dei lavoratori. Però nessuno ha reagito, nessuno si è opposto. Sciopero selvaggio… Quando la legge dice chiaramente che i servizi essenziali devono avvisare la parlaizzazione con 72 ore di anticipo e continuare a garantire per lo meno il 60% del servizio. Non ti racconterò, caro Rocco, che dietro tutto questo c’è il PCC, Primeiro Comando da Capital, la più potente organizzazione criminale brasiliana, che controlla la vita pratica dei cittadini. Gli orari di entrata e di uscita di interi quartieri, il coprifuoco, le attività commerciali, i punti delle scommesse illegali (più numerosi e visibili di quelli ufficiali) la droga (venduta a chili dappertutto), i trasporti clandestini. Clandestini nel senso di irregolari, perché sono invece ben visibili e alla luce del sole. Non dirò neppure che appena gli autubus si sono fermati in tutte le avenidas, sono comparsi i furgoni, le Kombi, a caricare i passeggeri disperati. E nenache racconterò che l’altoparlante della stazione del metrò annunciava la chiusura dei vari terminali, ma confermava la presenza e il funzionamento “normale” (si diceva proprio così, “normale”) delle Van, i furgoni abusivi. Tanto non te lo dico, Rocco, che lo sciopero è durato due giorni in città e che dura fino ad oggi nelle città dell’interlad bloccando la vita di una delle aree metropolitane più grandi del mondo. Tanto non te lo dico, Rocco, che magari puoi pure rispondermi: il diritto di sciopero è sacro. E se poi ti racconto che la polizia civile è entrata anch’essa in sciopero? E che dopo Salvador, anche a Recife lo sciopero lo fa la polícia militar, quella responsabile della pubblica sicurezza, e che i saccheggi, gli stupri, gli omicidi, gli arrastões terrorizzano la città, cosa penserai, caro Rocco? Naturalmente, che sto inventando tutto. Dirai: ma se il Corriere non ne parla, allora vuol dire che non è vero. Arrastões, è il plurale di arrastão, significa strascico, retata. Per esempio si chiude una strada e si depreda tutto quello che c’è, si ruba e si uccide. Arrastão. È molto comune, a São Paulo e a Rio fare un arrastão in un tunnel. Si blocca l’uscita con la macchina e comincia la razzia. Ebbene, martedì e mercoledì, giovedì e venerdì, l’arrastão lo facevano gli autisti degli autobus. E se scrivessi a Rocco che ieri in città abbiamo avuto il più grande congiestionamento mai registrato? Hai capito Rocco? 344 km di fila! Gli autobus per traverso, le stazioni del metro in collasso e le strade bloccate e mentre sei prigioniero nella tua macchina vieni pure rapinato in un arrastão.

    No, non te lo scrivo a Rocco, non mi crederesti, anzi, diresti che sono un pazzo, che esagero come sempre. E poi mancano tre settimane ai Mondiali, chissenefrega, tanto vince il Brasile.

    E da voi? Come va il vostro Renzi-cipollino?

    Um grande abraço.

    di Edith Moniz e Paolo D’Aprile

     

    http://www.youtube.com/watch?v=B9cRaSIv0vw

    http://www1.folha.uol.com.br/multimidia/videocasts/2014/05/1457585-video-exclusivo-mostra-caos-em-estacao-de-metro-em-sao-paulo.shtml

    http://g1.globo.com/sao-paulo/transito/cobertura/

    Saccheggi a Recife durante lo sciopero della Polícia Militar

    http://www.youtube.com/watch?v=xtFN3YdrywY

    http://www.youtube.com/watch?v=TsixRLfH0nk

     

  • VENE APERTE

    VENE APERTE

    di Edith Moniz – traduzione di Paolo D’Aprile

    VENE APERTE

    Tre navi del ducato di Bretagna, due delle quali di cento e quaranta tonnellate, e l’altra di ottanta tonnellate più o meno, furono inviate alle terre del Brasile per riscuotere legni del Brasile e altre mercanzie di grande utilità ai nostri regni, terre, signorie e sudditi, e queste navi che hanno ancorato in un certo porto e rifugio di quella terra, posero e sventolarono le bandiere e i suggelli di Francia e del ducato di Bretagna, che fosse caricata grande quantità di legni del Brasile, grande numero di animali strani e uccelli…

    (Cristovão Jacques, navigatore. Carta ai Re, Secondo Viaggio al Brasile, 1527)

    E che le navi all’orizzonte partano e tornino infinite volte, che continuino a rubare tutto. Della nostra terra non rimane più nulla, solamente il vento a soffiare tra l’abbandono e la miseria delle baracche. Potete andare, portatevi via per sempre il vostro oro. Non ne abbiamo bisogno, non ne vogliamo. Secoli di vene aperte ci hanno immunizzato: non più “legni, animali strani, uccelli”, adesso rimaniamo noi. Solamente noi.

    Giorni rilucenti di plastica, giorni di ronzii e voci sovrapposte. Giorni di solitudine, sofferenza e morte. Solitudine infiltrata tra i milioni di passanti delle metropoli, nei colori infami della felicità imposta. La speranza di un popolo affogata nei dollari della corruzione, tradita nelle promesse di governanti sottomessi a interessi decisi altrove, la speranza di un popolo continua a sopravvivere nella semplicità di un gioco silenzioso, nel sorriso di una vecchia donna, nelle rughe di una vita costruita nel tempo senza tempo degli enormi spazi ancora da riempire del cuore degli uomini. Per questo l’immagine muta del silenzio della mia gente è più eloquente di qualunque parola sempre assassinata sul nascere. La voce del mio popolo è il suo silenzio, la voce del mio popolo è letta nelle viscere della polvere che attraversa le sue case, nei giochi primordiali di bambini che fin dalla nascita sanno già tutto. La voce scalza della mia gente attraversa la miseria che le hanno costruito addosso e veste il suo miglior vestito per, finalmente, riconoscersi e rincontrarsi con se stessa. La voce degli sguardi, la voce che niente ha da aggiungere a ciò che è già stato detto dalla sua semplice presenza. La mia gente parla la lingua del mondo, senza chiedere niente a nessuno, adesso dice: io esisto, io sono.

    L’amico Giulio, capace di guardare tra le cose, per mezzo dell’immagine registra, dice e interpreta il linguaggio segreto della luce. Per questo è dei nostri.

    Muito Obrigada

    Edith Moniz

  • VEIAS ABERTAS

    VEIAS ABERTAS

    di Edith Moniz

    Três navios do ducado de Bretanha, os dois dos quais era cada um de cento e quarenta tonéis, e o outro de oitenta tonéis pouco mais ou menos e os enviaram as terras do Brasil para cobrar paus do Brasil e outras mercadorias proveitosas aos nossos reinos, terras, senhorias e súditos, os seus ditos navios que ancoraram em certo porto e abra da dita terra, puseram e despregaram nos ditos navios as bandeiras e armas de França e do dito ducado de Bretanha, que fosse carregada grande quantidade dos ditos paus do Brasil, grande número de alimarias estranhas e pássaros…

    (Cristovão Jacques, navegador. Carta aos Reis, Segunda Viagem ao Brasil, 1527)

    E que os navios do horizonte partam e voltem infinitas vezes, que continuem roubando tudo. Da nossa terra não sobra mais nada, somente o vento que assopra entre o abandono e a miséria dos barracos. Podem ir, levem embora, levem embora para sempre o seu ouro. Dele não precisamos, não o queremos. Séculos de veias abertas nos imunizaram: sem mais “paus, alimarias estranhas, pássaros” sobramos nós. Somente nós.

    Dias reluzentes de plástico, dias de barulhos e de vozes sobrepostas. Dias de solidão, sofrimento e morte. Solidão disfarçada nos milhões de transeuntes das metrópoles, nas cores infames da felicidade imposta. A esperança de um povo afogada nos dólares da corrupção, traída nas promessas de governantes submissos a interesses decididos em outras bandas, procura sobreviver na simplicidade de uma brincadeira silenciosa, no sorriso da velha mulher, nas rugas de uma vida construída no tempo sem tempo dos enormes espaços, ainda não preenchidos, do coração dos homens. Por isso a imagem muda do silêncio da minha gente é mais eloqüente que qualquer palavra assassinada ao nascer. A voz do meu povo é o seu silêncio, a voz do meu povo é lida nas entranhas da poeira que varre as suas casas, as brincadeiras primordiais de crianças que ao nascer já sabem tudo. A voz da minha gente atravessa descalça a miséria que edificaram para ela, e veste a sua melhor roupa para finalmente se reconhecer e reencontrar-se consigo mesma. A voz dos olhares, a voz que nada tem para acrescentar àquilo que já foi dito pela simples presença. A minha gente fala a língua do mundo, sem pedir nada a ninguém, agora diz: eu sou.

    O amigo Giulio, capaz de olhar entre as coisas, sabe, pela imagem, registrar dizer e interpretar a linguagem secreta da luz. Por isso é dos nossos.

    Muito Obrigada.

    Edith Moniz

  • MOSTRA “PIG IRON”

    MOSTRA “PIG IRON”

    Sabato 16 Novembre, alle ore 21.00, presso il Circolo Arci Noà, in Corso Margherita 154 a Torino, ci sarà l’inaugurazione della mostra fotografica e la presentazione del libro “Pig Iron”. Una pubblicazione sulle gravi ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale negli stati brasiliani del Pará e del Maranhão, tra i più poveri del paese. Un libro che racconta la quotidianità delle persone che vivono lungo la ferrovia del Carajas e dei loro disagi nell’abitare una regione dove corrono 100 milioni di tonnellate di ferro ogni giorno. Non solo rifiuti e detriti, ma anche aria avvelenata, terreni intossicati ed esausti, pozzi d’acqua prosciugati, caos sociale. Attraverso le fotografie di Di Meo e i testi di Dario Bossi, missionario comboniano impegnato da anni per supportare le comunità locali, il libro documenta queste ingiustizie attraverso la resistenza e la speranza delle comunità. Il progetto editoriale oltre a raccontare la storia di queste persone, vuole essere strumento per contribuire a combattere queste ingiustizie e mezzo di informazione, sensibilizzazione e strumento di coinvolgimento per azioni concrete e solidali. Un libro indipendente e autoprodotto, per cercare di proporlo ad un prezzo accessibile a tutti e per destinare parte del ricavato ad un progetto teatrale portato avanti dai giovani della compagnia “Juventudes pela Paz” di Açailândia nel nordest del Brasile.

    Sabato 16 Novembre 2013 – Ore 21.00

    Circolo Arci Noà – Corso Regina Margherita 154, Torino

  • Prossime presentazioni Pig Iron

    Prossime presentazioni Pig Iron

    Giovedì 14 Marzo 2013 – Ore 18.30

    Art Core Gallery – via dei Marrucini 1/1°, Roma 

    Durante la serata organizzata dall’associazione Shoot For Change, Di Meo parlerà del suo modo di intendere il reportage attraverso una fotografia contraria alla spettacolarizzazione delle immagini, che ci ha assuefatto al dolore e alla miseria e che ha omologato le coscienze. Una fotografia che cerca di raccontare la quotidianità, la voglia di vivere e la forza di lottare che possiedono coloro che vivono in contesti sociali difficili.

    Domenica 17 Marzo 2013 – Ore 16.30

    Circolo Parrocchiale Immacolata, in via Antonelli 82/a, Pistoia

    Il fotografo Giulio Di Meo presenterà il libro “Pig Iron”, una pubblicazione sulle gravi ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale negli stati brasiliani del Pará e del Maranhão, tra i più poveri del paese. Un libro che racconta la quotidianità delle persone che vivono lungo la ferrovia del Carajas e dei loro disagi nell’abitare una regione dove corrono 100 milioni di tonnellate di ferro ogni giorno. Non solo rifiuti e detriti, ma anche aria avvelenata, terreni intossicati ed esausti, pozzi d’acqua prosciugati, caos sociale. Attraverso le fotografie di Di Meo e i testi di Dario Bossi, missionario comboniano impegnato da anni per supportare le comunità locali, il libro documenta queste ingiustizie attraverso la resistenza e la speranza delle comunità.
    Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. (Bertold Brecht)
  • Un Dio falso, muto, senza cuore

    Un Dio falso, muto, senza cuore

    Ho incontrato il presidente della seconda maggior industria mineraria del mondo. Al 16° piano di un palazzo che cresce tanto in alto quanto profondi sono i buchi che l’impresa scava nei territori e gli impatti che lascia nelle vite della gente. Mi sono ricordato di Mosé, quando ha incontrato Faraone. Gli tremava la voce, ma il discorso era fermo, perché stava presentando la sofferenza di un popolo intero, schiavizzato, sedotto, ingannato. Faraone significa ‘grande casa’, centro del potere, controllo dell’economia e dei territori. Non esiste, peró, nessuna ricchezza accumulata senza conseguenze nascoste, ‘zone di sacrificio’, impatti ‘inevitabili e necessari’, che qualcuno deve soffrire perché molti, suppostamente, possano crescere. Il Dio di Mosé abita in questi ritagli di mondo sacrificati per la vita dei Signori dell’economia. Da lá sotto, soffia sulle braci della rivolta organizzata dei poveri. Il Dio di Faraone, che é un idolo, per tenersi in piedi ha bisogno della menzogna. Non una menzogna esplicita, nuda, evidente. È la distanza seduttrice e velata tra la propaganda, i ‘valori corporativi’, i ‘mantra della nostra impresa’… e la pratica reale. Il Dio di Faraone, che é muto, per farsi ascoltare ha bisogno di arroganza. Non arroganza fisica, diretta. È la violenza simbolica di chi impone il suo potere su comunitá che non hanno elementi o la forza suficiente per contrapporsi. Il Dio di Faraone, che non ha un cuore, per farsi amare há bisogno di seduzione. Seduzione fatta di promesse raramente mantenute, di milioni di dollari di marketing, di um buon lifting che trasforma l’impresa ed il progresso, mostrandoli belli da lontano ma rivelando che da vicino puzzano, marci. Come hanno fatto, Mosé ed il suo popolo, ad allontanarsi da Faraone e mettersi in cammino ala ricerca di una nuova terra, in costruzione permanente di nuove relazioni e di una nuova societá? Credo che la chiave della liberazione sta nella visita di Mosé alla casa di Faraone: l’israelita, seppur balbettando, non si è lasciato sedurre dall’eloquenza del signore d’Egitto e non ha desistito dal Dio fragile e piccolo che si manifestava agli schiavi. In qualche modo, ha intuito e creduto che c’era piú veritá nella voce di quelle vittime e che la vita aveva senso se vissuta a fianco del suo popolo, e non nella reggia di Faraone. Mosé è ciascuno/a di noi che viviamo insieme alle comunitá minacciate da questo modello di sviluppo. Ogni giorno soffriamo la tentazione che la logica di faraone conquisti il nostro cuore, un nostro amico, un coordinatore che all’imprrovviso abbandona il lavoro collettivo, la resistenza, la gente… Liberazione, prima ancora di uscire dalla dominazione, è non lasciar entrare il dominatore dentro di noi.

     

    Padre Dario Bossi

  • La terza riva del fiume

    La terza riva del fiume

    Il fiume Pindaré scende lento ed ampio, d’inverno, a fianco di villaggi nel profondo interno di questo nostro Maranhão. Gruppi di famiglie si sono insediati nelle terre a margine del fiume: una piccola riforma agraria che interrompe, a macchia di leopardo, terre di fazendeiros. Vicino alla riva corre, parallelo, un altro flusso: la ferrovia dell’impresa Vale, che trasporta 300mila tonnelate di minerale di ferro al giorno, per l’esportazione. Questo treno del profitto non si ferma, non conosce ostacoli. Travolge, uccide, sveglia col suo rumore assordante e crepa le pareti di fango delle case in mezzo a cui passa. Sull’altra riva, i pascoli di una fazenda, che dev’essere cresciuta pian piano comprando gli appezzamenti dei piccoli e sommando una proprietá all’altra. Nuova accumulazione, riforma agraria al contrario: è ancora possibile cambiare questa storia, invertire i flussi, modificare il corso della corrente, tornare a sentire che il fiume, la terra, le risorse sono patrimonio nostro, di tutti noi? Esiste, se guardiamo bene, una “terza riva del fiume”: attraversiamo il Pindaré in un tronco cavo, con l’acqua che raggiunge il bordo della canoa per il nostro peso. Risaliamo la collina, con gli attrezzi in mano ed il fiato che vien meno. Finalmente un pezzettino di terra libera, dove le famiglie stanno sperimentando una maniera diversa di coltivare. È il primo campo agro-ecologico di questa regione, senza bisogno di incendiare o di usare veleni chimici, a misura delle forze e delle condizioni economiche della gente dell’interno. È una piccola macchia di speranza, un flusso debole di alternativa; nemmeno sappiamo se gli agricoltori si convinceranno delle sue potenzialitá. Ma la terza riva del fiume è stata tracciata e vogliamo credere che ha modo di cambiare un po’ il corso della storia di questi piccoli!

    PS: l’immagine della “terza riva del fiume” è del poeta Guimarães Rosa.

     

    Padre Dario Bossi