Categoria: Campagna Justicia nos trilhos

  • Madeireiros e milizie nell’Amazzonia del Maranhão

    Madeireiros e milizie nell’Amazzonia del Maranhão

    di Padre Dario Bossi

    traduzione di Martina Giordani

    Nel 2015 un’ondata di violenza e distruzione fuori controllo sembra essersi diffusa partendo dalla città di Buriticupu, nel Maranhão (stato nordestino del Brasile): il disboscamento, che ha già devastato quasi tutto il territorio comunale, è in espansione nei comuni limitrofi. Poiché le aree dedicate all’agropecuária (allevamento) non dispongono più di legname di alto valore economico, l’attenzione si è spostata sulle unità di conservazione e sulle terre indigene. Più di 20 segherie installate a Buriticupu cercano legname nella Riserva Biologica Gurupi e nelle Terre Indigene Arariboia, Caru e Awá, tutte in un raggio di meno di 150 km.

    Terra indigena copiaLa risposta dello stato brasiliano a questa situazione è sempre stata frammentata e incoerente. A livello federale, l’IBAMA (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis) e l’ICMBio (Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade) hanno condotto delle operazioni contro il disboscamento illegale. Le più clamorose, con un forte apparato di sicurezza, compresa la presenza massiccia dell’esercito brasiliano, hanno portato al sequestro di attrezzature per l’abbattimento di alberi e il trasporto di tronchi.

    Tuttavia, non si fa nulla per attaccare il motore economico di questa organizzazione criminale, cioè le segherie, che sono in piena attività e dalle quali partono ogni giorno decine di camion carichi di legname tagliato illegalmente. Queste azioni di contrasto non risolvono il problema e aumentano la rabbia dei madeireiros, mettendo in pericolo coloro che difendono la riserva, siano essi agricoltori, ambientalisti o funzionari pubblici.

    Dall’altra parte l’INCRA (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária) non fa nulla per far rispettare la legge, né fornisce terre adatte e alternative alla Riserva dove potrebbero vivere i piccoli agricoltori, né rivela la falsità dei titoli fondiari che i grandi proprietari terrieri comprano e vendono come se fossero validi.

    Anche lo Stato del Maranhão, sostenendo sempre l’argomento secondo cui le aree in conflitto sono di competenza federale, mantiene un atteggiamento duplice. Se da un lato la Secretaria de Direitos Humanos mostra preoccupazione per la situazione di violenza e sostiene di essere alla ricerca di alternative economiche al disboscamento illegale, la Secretaria Estadual de Meio Ambiente (SEMA), solo nel 2015, ha concesso in licenza sette segherie nella città di Buriticupu, nonostante l’assenza di un piano di gestione forestale sufficiente a giustificare anche solo una minuscola frazione del legname commercializzato.

    La situazione di violenza è arrivata all’apice nella Riserva Biologica di Gurupi (ReBio) con l’omicidio di Raimundo dos Santos, presidente dell’Associazione di Piccoli Produttori Rurali della comunità Brejinho Rio das Onças II. Raimundo è stato assassinato vilmente il 25 agosto con diverse pallottole e colpi di machete. Tempo prima, aveva denunciato minacce alla polizia. Anche sua moglie Maria da Conceição è stata presa di mira con diversi colpi, ha assistito alla morte del suo compagno ma è riuscita a fuggire, gravemente ferita. è stata ricoverata per quasi due settimane presso l’Ospedale di Açailândia, sotto la scorta della polizia.

    Foto di Marizilda Cruppe/Greenpeace

    Nella Terra Indigena Arariboia la strategia dei madeireiros è stata quella di incendiare i boschi per evitare che i Guajajara si organizzassero in brigate per combattere contro la deforestazione. Un gruppo isolato di circa 80 indigeni Awá Guajá è stato completamente circondata dalle fiamme. Quando le squadre dell’IBAMA arrivarono per contribuire al controllo del fuoco, i madeireiros armati li hanno accolti con i proiettili. Altre aree indigene della regione continuano ad essere prese di mira e invase dai madeireiros: Alto Turiaçu (la più grande area indigena del Maranhão), Bacurizinho e Guajajara-Canabrava.

    Gli episodi sempre più frequenti di scontri armati con squadre d’ispezione fiscale, la sorveglianza e il monitoraggio a cui sono sottoposte le squadre degli organi per l’ambiente, le costanti fughe di notizie e di pianificazione delle operazioni per combattere la deforestazione e le recenti uccisioni di leader contadini e ambientalisti, ci permettono di affermare che i madeireiros (principalmente quelli di Buriticupu) formano una vasta organizzazione criminale, con ramificazioni in diversi comuni e agenti infiltrati in vari organi pubblici, che sostiene milizie fortemente armate e disposte a sparare contro chiunque osi affrontare lo stato di diritto della forza, che attualmente governa questa parte del Brasile.

    Il governo brasiliano ha completamente perso il controllo di questo territorio al punto da non poter più nemmeno entrare in alcune aree sotto il controllo di questi gruppi armati. Nel frattempo, i criminali, con il supporto di alcuni parlamentari di tutti i livelli di governo e di molti sindaci dei comuni interessati, diventano sempre più forti.

    Il transito costante di camion carichi di tronchi di alberi secolari, sradicati dagli ultimi remanescentes della foresta amazzonica del Maranhão, rimane il paesaggio urbano più frequente a Buriticupu. Le entità che hanno firmato di seguito, unendosi al clamore delle comunità colpite, lanciano un appello urgente a tutte le istituzioni che possono e devono intervenire per fermare questa tragedia e impedire la morte della foresta del Maranhão e delle comunità che vivono nella foresta e per la foresta.

    Urge un piano articolato, permanente ed efficace di interdizione delle segherie illegali e del trasporto di legname, così come un investimento consistente in alternative produttive, di gestione e protezione delle foreste. Lo Stato, i movimenti sociali, le chiese e la società civile organizzata nel suo complesso devono allearsi a questo sforzo congiunto in difesa del futuro.

    “La morte della foresta è la morte di tutti noi” diceva Irmã Dorothy Stang, morta per questa causa, affinché la vita non venisse mai più calpestata in Amazonia.

    Firmano da Brasile, Colombia, Peru, Guyana, Bolivia, Ecuador, Cile, Argentina, Messico, Spagna, Inghilterra, USA, Canada, Città del Vaticano, il 20 novembre 2015:

    Dom Leonardo Ulrich Steiner; Secretário Geral da CNBB, Brasília

    Dom Belisário da Silva; Presidente Regional Nordeste 5 CNBB, Maranhão

    Dom Mário Antônio da Silva; Presidente Regional Norte 1 CNBB, Manaus

    Dom Bernardo Johannes; Presidente Regional Norte 2 CNBB, Pará

    Dom Philip Dickmans; Presidente Regional Norte 3 CNBB, Tocantins

    Dom Neri José Tondello; Presidente Regional Oeste 2 CNBB, Mato Grosso

    Dom Roque Paloschi; Bispo de Porto Velho – RO e Presidente do CIMI

    Dom Wilmar Santin. Bispo de Itaituba – PA

    Ir. Maria Inês Vieira Ribeiro; Presidente de Conferencia de Religiosos de Brasil

    Ir. Irene Lopes; Secretaria Executiva da Comissão Amazônia da CNBB

    Ir. Ildes Lobo; Irmãs de Santa Doroteia – Manaus

    Ir. Joao Gutemberg; Maristas en la Amazonía – Manaus

    Armindo Goes Melo. Yanomami. Director de Hutukara – RR

    Raimunda Paixao; Equipe Itinerante missionária – Manaus

    Ir. Arizete Miranda; AM

    Izalene Tiene; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Chico Loebens; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Hno. Darwin Orozco; Capuchinos en la Amazonía – AM

    Ir. Julio Caldeira; Consolatos en la Amazonía

    Dario Bossi; Missionários Combonianos – Maranhão

    Vanthuy Neto; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – AM

    Mons. Pedro Barreto; Arzobispo de Huancayo – Perú

    Mons. Oscar Urbina; Arzobispo de Villavicencio, Vicepresidente de la Conferencia Episcopal – Colombia

    Mons. Walter Heras; Presidente Pastoral Social Caritas – Ecuador

    Mons. Rafael Cob; Obispo delegado por la Amazonía de Ecuador

    Rafael González Ponce; Presidente/a de Conferencia de Religiosos de Ecuador

    Mons. Eugenio Coter; Obispo delegado por la Amazonía de Bolivia

    Mons. Julio Parrilla; Obispo vice-presidente de Cáritas de Ecuador

    Mons. Omar de Jesús Mejía Giraldo; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. José de Jesús Quintero Diaz; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. Figueroa; Obispo delegado por la Amazonía de Colombia

    Mons. David Martínez. Obispo de Puerto Maldonado – Perú

    Gloria Luz Patiño; Presidente/a de Conferencia de Religiosos de Perú

    Paul Martin, sj; Delegado por Obispo de Guyana

    Jaime Campos, OFM; Chile

    Alfonso López Tejada. Líder Kukama. Perú;

    Elvy Monsanto; Departamento de Justicia y Solidariedad, CELAM – Colombia

    Hugo Ramírez; ALER – Perú

    Asunta Montoya; SIGNIS – Equador

    Mauricio López; Comité Ejecutivo REPAM. Secretario Ejecutivo – Equador

    Luis Enrique Pinilla; Comité Ejecutivo REPAM. DEJUSOL – Colombia

    Pedro Sánchez; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Equador

    Alfredo Ferro; Comité Ejecutivo REPAM – Colombia

    Daniela Andrade; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Equador

    Adda Chuecas; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Perú

    Humberto Ortiz; Comité Ejecutivo Ampliado REPAM – Perú

    Romina Gallegos; Red Amazónica Ecuador

    Augusto Zampini. Asesor Teológico; Argentina

    Ana Cristina García; Cáritas Española

    Clare Dixon. CAFOD; Inglaterra

    Thomas Hollywood. CRS; Estados Unidos de América

    Anne Catherine Kennedy – DP – Canadá
    Cristiane Murray; Radio Vaticana

    Hermana Mercedes Casas; Presidente de la Conferencia Latino-Americana de Religiosas y religiosos (CLAR) – México

    Luz Marina Valencia; Secretario Ejecutivo de la CLAR

  • BRASILE: LO SPIONAGGIO DELLA VALE CONTRO I MOVIMENTI SOCIALI

    BRASILE: LO SPIONAGGIO DELLA VALE CONTRO I MOVIMENTI SOCIALI

    di David Lifodi

    Un vero e proprio spionaggio messo in atto dalla Vale, la multinazionale leader nell’estrazione mineraria, ai danni dei movimenti sociali brasiliani, è stato denunciato da uno dei funzionari dell’impresa, André Luis Costa de Almeida, impiegato per sei anni presso il Departamento de Segurança fino al suo licenziamento, avvenuto nel marzo 2012.

    A finire nel mirino dei contractors e degli informatori dell’impresa, tra gli altri, padre Dario Bossi e la sua Justiça dos Trilhos, la rete sociale sorta su impulso dei missionari comboniani per protestare contro il trasporto del ferro, da parte della Vale, lungo la ferrovia del Carajás, in piena foresta amazzonica. La multinazionale è responsabile dell’inquinamento, della devastazione delle foreste, di aver utilizzato lavoro schiavo, di espellere intere comunità dal loro territorio per costruire nuove miniere e, infine, per travolgere persone e animali che vivono ai bordi del percorso ferroviario, situato negli stati del Pará e del Maranhão, tra i più poveri dell’intero Brasile. È proprio agli afectados della Vale che  Giulio Di Meo ha dedicato il suo libro fotografico Pig Iron, dove sono ritratte le persone durante la loro vita quotidiana, caratterizzata dall’incombente presenza della multinazionale.  Non è un caso che nel 2012 l’impresa mineraria sia stata dichiarata la “peggiore multinazionale del pianeta”: sembra che la Vale avesse l’abitudine di infiltrare degli informatori tra i movimenti sociali (soprattutto tra i Sem Terra e il Movimento do Atingidos por Barragens), corrompere funzionari statali affinché raccogliessero informazioni sui leader delle organizzazioni popolari, mettere sotto controllo gli apparecchi telefonici dei giornalisti a loro sgraditi, ad esempio Vera Durão, quando lavorava presso la redazione di Valor Econômico e Lúcio Flávio Pinto. Addirittura pare che la stessa presidenta Dilma Rousseff sia stata spiata durante gli anni in cui ha ricoperto l’incarico di ministro dell’Energia e delle Miniere. La rete di spionaggio attivata da Vale poteva contare su almeno duecento informatori che nel tempo avevano redatto dei veri e propri dossier sugli esponenti più in vista dei movimenti sociali, è il caso dell’avvocato Danilo Chammas e di Charles Trocate, uno degli attivisti più in vista dei contadini Sem Terra. La Vale non svolgeva l’attività di spionaggio e controllo in prima persona, ma aveva affidato il tutto ad un’agenzia sua affiliata specializzata in intelligence, la Network, con sede a Rio de Janeiro. Alla testa di questo tentacolare sistema di controllo Gilberto Ramalho, direttore del Departamento de Segurança e non nuovo ad operazioni di questo tipo, già sperimentate ai tempi della dittatura militare. Inoltre, secondo André Almeida, Ramalho ebbe un ruolo determinante nell’operazione di polizia che condusse allo sgombero  dei blocchi stradali imposti dai Sem Terra nell’aprile del 1996 e uccise diciannove contadini in quello che è passato alla storia come il massacro di Eldorado dos Carajás. Durante il processo per la strage dei sem terra è emersa proprio la regia  della Vale, che aveva necessità di avere le strade libere per il trasporto del ferro.  Del resto, Mst e la rete Justiça dos Trilhos rappresentano un vero e proprio incubo per la multinazionale.  La rete dei comboniani fa parte del coordinamento Atingidos pela Vale e, dalla città di Açailândia, nel Maranhão, ha intrapreso una durissima battaglia contro l’impresa mineraria per impedirle di ampliare la ferrovia del Carajás, che taglia a metà i territori indigeni e le riserve ambientali portando morte e distruzione ad ogni suo passaggio, dalle 9 alle 12 volte al giorno.  André Almeida racconta che Vale si è avvalsa anche dei servigi dell’ex colonnello Roger Antonio Souza Matta, un altro professionista dello spionaggio, attualmente docente di intelligence alla Fundação Escola Superior do Ministério Público dello stato di Minas Gerais, e del capitano della Marina Mauro Paranhos. Quest’ultimo, in una mail inviata il 16 agosto 2010 al direttore della Segurança Empresarial della Vale, Ricardo Gruba, allertava la multinazionale a monitorare le attività “di agitazione e propaganda per la Riforma Agraria e contro l’agronegozio”, che il Mst avrebbe effettivamente realizzato in occasione del Grido degli Esclusi in programma dal 17 al 19 agosto di tre anni fa. In un’altra mail, con tanto di fattura, emerge che la Vale avrebbe contattato due informatori per tenere sotto controllo le attività del Movimento do Atingidos por Barragens a Belo Horizonte (stato del Minas Gerais): risulta che la Vale abbia pagato ai due contractors uno stipendio in cui  erano inclusi vitto, alloggio, l’assistenza sanitaria e tutti i diritti che spettano ad un qualsiasi lavoratore. Uno stipendio in cambio di vere e proprie relazioni sui movimenti sociali, comprensive anche dei curricula dei leaders messi sotto controllo: il tutto finiva in un archivio denominato Movimentos Políticos, Sociais e Indígenas. Vale non si occupava soltanto delle organizzazioni popolari a lei ostili, ma anche di quelle che protestavano contro le sue partecipate, ad esempio i pescatori della baia Sepetiba (Rio de Janeiro), dove ha sede ed opera la Companhia Siderúrgica do Atlântico (Tkcsa), responsabile di aver seminato rifiuti tossici che hanno causato enormi danni alla salute della popolazione. E ancora: le proteste contro le attività antisindacali della Vale erano tenute sotto lo stretto controllo dell’impresa mineraria: in occasione delle proteste del biennio 2011-2012 contro l’allora presidente Roger Agnelli, denunciato all’Oit dalla Sindiquímica del Paraná, l’infiltrazione avveniva tramite l’invio di informatori che riuscivano ad accreditarsi come fotografi vicini ai movimenti di lotta per riprendere da vicino i leader sindacali.

    Purtroppo l’infiltrazione e il monitoraggio dei movimenti sociali in Brasile non sono ritenuti illegali, ma, soprattutto grazie ai deputati del Partido Socialismo e Libertade (Psol), è stata lanciata la proposta di costituire una Commissione parlamentare. Per il momento, da parte della Vale, non è giunta alcuna smentita in merito alle pesanti accuse di cui è stata oggetto.

  • IL TRENO DEL PROFITTO

    giulio_di_meo:20

    Il Centro Donati con il contributo dell’Università di Bologna  vi invita martedì 16 aprile a

    IL TRENO DEL PROFITTO
    delitti ambientali e sociali delle multinazionali in America Latina

    Interviene:
    pe. Dário Bossi, missionario comboniano in Brasile

    IL TRENO DEL PROFITTO
    martedì 16 aprile alle 21
    presso l’Aula 1 in via del Guasto a Bologna

    centro studi donati.org

  • La peggiore del mondo

    La peggiore del mondo

    É un risucchio di risorse dalle viscere della terra e della gente. Ogni giorno ci passa davanti agli occhi, 12 volte, giorno e notte, il treno della maggior compagnia mineraria del mondo, chiamata Vale S.A.. Carico di ferro e altri minerali, é un salasso quotidiano e silenzioso a cui la gente si é ormai abituata e che attorno a sé ha creato un ciclo produttivo estremamente dannoso: siderurgiche, produzione di carbone, inquinamento, monoculture di eucalipto, gente sem-terra e terra sem-vida… É il saccheggio neocoloniale di risorse, in funzione di un profitto immediato che lascia impatti e ferite profonde nei territori e popolazioni locali. La profezia ci chiede di prendere posizione, ma con competenza e serietá. Per questo da vari anni siamo organizzati nella rete “Sui binari della Giustizia” (Justiça nos Trilhos), per esigere uma ripartizione piú giusta degli enormi guadagni della impresa Vale e una ricaduta efficace sul nostro territorio e la nostra gente. Crediamo molto che la chiesa si debba impegnare nella difesa dei diritti socio-ambientali della gente che vive “alle periferie del mondo”. La chiesa qui in Brasile (specialmente nelle nostre regioni del nord del paese) é molto sensibile alla promozione dell’integritá del creato. La vita é dono di Dio e abbiamo la responsabilitá di prenderci cura non solo della nostra, ma soprattutto di quella delle generazioni dopo di noi. Dobbiamo pronunciarci con coraggio contro questo modello di sviluppo a senso unico e senza futuro. Proprio in questi giorni (4-8 febbraio) in Sudafrica avviene un incontro internazionale del Consiglio Mondiale delle Chiese sul tema dell’impatto dell’estrazione mineraria (e la nostra rete Justiça nos Trilhos è lá, per organizzare alleanze sempre piú solide ed ampie). Il nostro lavoro di missionari qui é prenderci cura delle comunitá che in vari modi sono vittime del sistema di estrazione mineraria: conflitti fondiari, espulsione dalle loro terre, conflitto con popolazioni indigene o afrodiscendenti, inquinamento delle falde acquifere e dell’aria che si respira, incidenti e morti per il passaggio costante dei treni di minerale di ferro… oltre al contrasto visibile tra la miseria delle comunitá locali ed un treno che passa trasportando ogni giorno il corrispondente in ferro di un valore bruto di 20 milioni di euro! La nostra sfida é aiutare le comunitá a comprendere la dimensione del conflitto che stanno vivendo, metterle in comunicazione le une con le altre, dare visibilitá alle loro rivendicazioni, proporre alternative di vita in equilibrio con le risorse del territorio e le prospettive di futuro della nostra gente (per esempio agroecologia ed economia solidale). Essere missionari significa denunciare le strutture di peccato sociale che si sono installate nelle nostre regioni, a servizio del vorace sistema neoliberale, ed annunciare il Regno di Dio che nasce nelle relazioni di equlibrio, rispetto e valorizzazione dei piú piccoli e della vita. Nel mese di gennaio, il nostro lavoro di denuncia e organizzazione delle comunitá-vittime di questo modello di sviluppo in Brasile ed altri paesi del mondo ha portato alla nomina dell’impresa mineraria Vale come la “peggior multinazionale del mondo”. In occasione del Public Eye Award, evento internazionale promosso a Davos, in Svizzera, in occasione del Forum Economico Mondiale, il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha consegnato ufficialmente questo riconoscimento all’opinione pubblica mondiale, sempre piú critica rispetto alle contraddizioni di questo modello economico. É una vittoria delle popolazioni che in vari modi si sentono vittima di Vale. Il risultato ha sorpreso anche noi, che abbiamo proposto la candidatura della multinazionale. I media internazionali stanno divulgando la notizia e Vale non potrá piú cammuffare gli impatti che finora é riuscita a nascondere. La critica si espande al modello aggressivo del saccheggio minerario, che alimenta un sistema affamato di materie prime e insustentabile nella sua voracitá.

    Padre Dario Bossi

  • Vale sotto accusa

    Vale sotto accusa

    25 Aprile 2012

    Sotto accusa la rinomata azienda brasiliana Vale per gravissimi danni ambientali e sociali, a cui si deve aggiungere la morte di ben 15 lavoratori per incidenti sul lavoro negli ultimi 2 anni. Le accuse sono raccolte nella ’Relazione sulla insostenibilità di Vale – 2012′ , documento che è stato pubblicato il 18 aprile a Rio de Janeiro da “International Network of People Affected by Vale”, organizzazione che riunisce i 30 movimenti sociali provenienti dall’Argentina, dal Brasile, dal Canada, dal Cile e dal Mozambico e da alcuni dei paesi in cui l’azienda opera. Secondo le stime la società brasiliana Vale, privatizzata nel 1997, nel 2010 ha causato danni ambientali su un totale di oltre 742 chilometri quadrati. La rete internazionale, uno dei partner dell’organizzazione “United Steelworkers” sottolinea che la società ha emesso addirittura 89 milioni di tonnellate di anidride carbonica, uno dei principali gas serra, nel 2010, ma non solo, ha emesso anche 6.600 tonnellate di particolato (fumo, fuliggine o polvere) aumentando le emissioni del 29% rispetto al 2009. Le emissioni rilevate di ossido di azoto misurate nella quantità di 110.000 tonnellate nel 2010, corrispondono al 30% per cento in più rispetto all’anno precedente, mentre le emissioni di anidride solforosa quantificate in 403.000 tonnellate, hanno raggiunto il 25% in più rispetto al 2009. Andressa Caldas, il direttore esecutivo della ONG brasiliana Global Justice, ha rivelato all’IPS che ci sono documenti mirati a fare ombra sulle reali operazioni della compagnia Vale: “Vale ha un impatto ambientale enorme a livello globale, ed ha violato i diritti umani e ambientale non solo in Brasile, ma nei 37 paesi in cui opera”. Con la relazione dell’”International Network of People Affected by Vale”, emerge come le condizioni dei lavoratori siano decisamente peggiorate e non tutelate. “Ci sono casi, come quello in Canada, dove Vale ha stravolto radicalmente i rapporti tra i lavoratori e i sindacati. Condizione per cui si sono verificati gli scioperi più lunghi della storia del Canada”, sottolinea Caldas. Gli scioperi che menziona il direttore della ONG sono durati 11 mesi nel 2009 e nel 2010 rispettivamente a Sudbury e Port Colborne, località situate nel centro-orientale della provincia dell’Ontario. Scioperi che sono arrivati a durare addirittura 18 mesi a Voisey Bay nella provincia orientale di Terranova e nel Labrador. La Relazione sulla insostenibilità di Vale denuncia l’utilizzo del pretesto della crisi globale per attuare i tagli salariali, aumentare le giornate lavorative, e provvedere a massicci licenziamenti e tagli sulle prestazioni. Nel 2012 quattro lavoratori sono morti nelle operazioni di Vale in Canada. Il 30 gennaio è stata sospesa la sede in Sudbury che operava in 5 miniere, per la morte di 2 lavoratori sepolti sotto una valanga di rocce, ghiaia e sabbia. Incidente che si è verificato a causa dell’esagerata concentrazione di acqua nel fango del tunnel dove si trovavano lavoratori. Sinistro quindi causato da un mancato controllo per la tutela dei lavoratori. Il sindacalista Myles Sullivan ha denunciato l’indagine condotta dal sindacato United Steelworkersper per aver ignorato i problemi di sicurezza che hanno causato la morte dei lavoratori. «Purtroppo quattro lavoratori sono morti, due dei quali nello stesso incidente. La società Vale era consapevole del fatto che le condizioni di sicurezza erano insufficienti e non ha fatto nulla per correggere la situazione. Stiamo spingendo affinchè il governo canadese intraprenda un’azione legale contro Vale per questi incidenti”. La relazione della rete internazionale sottolinea in primis la violazione delle leggi ambientali a Rio de Janeiro da parte della compagnia siderurgica ThyssenKrupp Atlântico (TKCSA), una joint venture tra Vale e ThyssenKrupp Steel, il più grande produttore di acciaio della Germania. Le persone che vivono nella zona intorno alla acciaieria TKCSA hanno subito un aumento del 600% in particelle di ferro nell’ aria. Vale è un firmatario del United Nations Global Compact, il Consiglio Internazionale sull’attività mineraria e metalli ICMM), e del São Paulo archivi di Exchange Corporate Sustainability Index (ISE), organismi che stabiliscono i principi della responsabilità sociale e ambientale. Vale è cresciuta fino a diventare uno dei giocatori più potenti nel settore minerario mondiale. Lo scorso gennaio, Vale ha vinto il premio Public Eye, noto come il “Premio Nobel della vergogna” nel mondo aziendale, per la distruzione ambientale, l’impatto sociale e le violazioni del lavoro, superando concorrenti come la Tepco, responsabili della catastrofe nucleare a Fukushima. Nel frattempo l’ufficio stampa di Vale ha diffuso un comunicato in cui annuncia gradire la ricezione dei suggerimenti e dei reclami relativi alle sue operazioni. Nella sua dichiarazione, la società ha anche detto che era consapevole che l’attività mineraria avrebbe avuto un impatto ambientale notevole, e che sta lavorando in collaborazione con le comunità ed i governi per trovare soluzioni in grado di garantire una sostenibilità. In verità niente è stato modificato e sono ormai di pubblico dominio i numeri dei danni ambientali provocati da Vale: aumento della deforestazione in Amazzonia, aumento delle emissioni di gas serra del 70% tra il 2007 e il 2010, produzione, durante lo stesso periodo, di 76 milioni di tonnellate di effluenti liquidi e produzione di 446.000 tonnellate di rifiuti solidi.

    Chiara Cichero